Il Tirreno

Livorno

«Quella bici era un regalo per me e la mia bambina»

di Riccardo Rimondi
«Quella bici era un regalo per me e la mia bambina»

Il racconto di Elisa Ciardi, derubata del mezzo che condivideva con la figlia «Ho dovuto spiegarle che non ci avrebbero più restituito la nostra bicicletta»

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LIVORNO. «Sono tornata a casa e ho spiegato a mia figlia che ci avevano rubato la nostra bici. Lei mi ha guardato e mi ha chiesto: “ma quindi adesso non ce la ridanno più?”. Ha due anni e mezzo, è il suo primo furto».

Elisa Ciardi ha trentotto anni ed è una maestra elementare. Lunedì 30 le hanno rubato la bicicletta. Non è la prima volta che le capita e non è certo la prima persona a cui succede, come ben sanno i ciclisti livornesi.

Ma la sua storia permette di capire che cosa significhi il furto di un oggetto del genere, per chi lo subisce. Non è solo una seccatura, né un danno economico più o meno pesante. Non si limita nemmeno a provocare la rabbia di dover perdere tempo e soldi a cercarne un’altra e magari dover trovare pure una catena più resistente. Certo, c’è anche tutto questo.

Ma, come i ciclisti più accaniti sanno bene, con una bici viene rubato anche un monte di ricordi collegati a quelle due ruote. Persone, luoghi, momenti vissuti in compagnia degli affetti e di un mezzo di locomozione che, per chi lo vive, è un vero e proprio compagno di viaggio: sparisce la bici, sparisce una testimone - e una testimonianza - diretta di tanti momenti.

In questo caso, la valigia dei ricordi di Elisa era particolarmente preziosa: la comproprietaria era la sua prima figlia. «Ce l’ha regalata nel marzo scorso mio marito. È una bicicletta elettrica della World Dimension, modello Star, ed era finito il periodo degli incentivi, quindi è stato anche un investimento piuttosto caro. Purtroppo, non ci è durata nemmeno un anno».

Lunedì 30, poco dopo le 10, Elisa era nella zona di piazza Cavour e via Cairoli, per fare acquisti. L’ha lasciata incustodita per qualche minuto, convinta che bastasse levare la chiave dell’alimentazione per tenerla al sicuro.

Ma non è andata così: quando è tornata, della bicicletta elettrica non c’era più traccia. «È una bici pesante, fino a qualche tempo fa non le rubavano di questo tipo proprio perché erano troppo difficili da spostare. Evidentemente hanno trovato il modo, perché a quanto mi hanno detto dopo che ho subito il furto io non sono il primo caso».

A quel punto, alla maestra elementare è rimasta solo la possibilità di avvertire la polizia, che era nei dintorni con una volante. Poi, è tornata a casa e ha avvertito la figlia. «A me altre bici ne avevano rubate, ci mancherebbe: vado a Livorno in bici da una vita, figurarsi se non ho esperienza. A lei mai. Le si è affezionata fin da subito, perché ho cominciato a portarla quando ha avuto l’età minima per mettere il casco. E avrei fatto la stessa cosa con la seconda bimba, che è in arrivo».

Elisa, ora, spera in un miracolo: «Ho avvertito il gestore del negozio che l’ha venduta: nel caso qualcuno la porti a ripararla, lui ha il numero del mio telaio e se ne accorge facilmente».

L’altra possibilità è trovarla per strada e riconoscerla: «Oltre al seggiolino, che si può facilmente smontare, quella bici è ultra-personalizzata. È piena di contrassegni, perché l’abbiamo caratterizzata io e la bambina insieme. D’altra parte, era la nostra bici. E quindi è molto probabile che me ne accorgerò, se me la vedrò passare davanti».

L’ultima possibilità, per una donna con una bambina piccola e in attesa della seconda figlia che ora deve capire come spostarsi per una città che finora ha sempre frequentato in sella a una bicicletta, è che il ladro si metta una mano sul cuore: «È praticamente impossibile, ma può capitare. Nel caso, può lasciarla al negozio in cui mio marito l’ha comprata: Plebe, in via delle Bandiere».

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