Gioco
In via Provinciale Pisana apre la nuova casa della solidarietà
Accordo con il vescovo per averla in comodato gratis per 5 anni. Il via con don Zoppi e don Zappolini «Non puntiamo sull’assistenzialismo bensì sulla corresponsabilità che ti spinge a rimetterti in piedi»
LIVORNO. Alle spalle dell'antico oratorio settecentesco di Santo Stefano ai Lupi, in via Provinciale Pisana – fra il passaggio a livello e il Deserto – c'è un (doppio) appartamento in mezzo a tanti altri. Così uguale e così differente rispetto agli altri: anzi, proprio un po’ speciale. Là dove quasi mille anni fa c'era una fonte di acqua potabile per dare un po' di ristoro ai marinai fermi nel Portus Pisanus lì vicino, adesso c'è un (doppio) tetto per dare una mano a tante esistenze affannate, spesso sull’orlo del precipizio del disagio.
«Basta un niente ed ecco che una esistenza normale viene sconvolta: precipita nel gorgo della povertà, fa fatica a rialzarsi se non incrocia qualcuno che offre un appoggio senza chieder niente in cambio». Parola dei volontari che gestiscono la struttura: «Guai a pensare – affermano – a forme di emarginazione classica. I confini sono assai più fluidi. L’esperienza insegna che un intoppo come la perdita del lavoro o la separazione o anche una malattia più complicata di altre è sufficiente perché persone normali, magari senza il paracadute di una famiglia che li aiuti, possono ritrovarsi ko sul ring della vita da un momento all’altro».
A dirlo sono uomini e donne raggruppati nel Ceis Tre Ponti, associazione che ha come presidente Fabrizia Marsiglia: manterranno la stessa denominazione anche adesso che hanno lasciato la casa di via Civinini, al margine nord di Banditella, dove hanno operato per un quarto di secolo.
Il gruppo di volontari guidato da don Luigi Zoppi l’avevano ottenuta in comodato gratuito dalle mani dell’allora vescovo Ablondi che l’aveva avuta come lascito ereditario dalla vedova di un medico livornese. Poi nel 2013 la curia l’aveva voluta indietro e ne erano nate incomprensioni e malumori.
Adesso le cose si sono ricomposte: il Ceis Tre Ponti mantiene un rapporto di collaborazione ma anche di autonomia rispetto alle strutture ecclesiali e mantiene la stessa idea di solidarietà in nome della gratuità. L’ha fatto lasciando la casa in zona Tre Ponti e si è insediato in due apìbitazioni in via Provinciale Pisana, che la diocesi ha ristrutturato sulla base delle indicazioni del Ceis. La nuova sistemazione è in comodato gratuito: la diocesi ha affidato i due alloggi al Ceis Tre Ponti per 5 anni tramite Caritas.
In uno dei due appartamenti c’è una cucina-sala in comune e due camere distinte, ciascuna con proprio bagno: qui ora vivono due mamme con i rispettivi figli. Nell’altra abitazione vive in una zona una coppia con due figli, in un’altra camera c’è un giovane: anche per loro cucina in comune.
«Ma – spiegano i volontari – non si tratta solo di far fronte al bisogno materiale di poter contare su una casa: “casa” significa anche un luogo in cui essere accolti». Con gratuità: è l’associazione a farsi carico, non c’è un affitto da pagare. Al tempo stesso, però, senza far cullare nessuno nella bambagia di qualcosa che assomigli troppo all’assistenzialismo che trasforma le persone e le rende dipendenti, passive, inerti. Sembra un dettaglio filosofico, invece è una cosa sulla quale lo stile di accoglienza del Ceis Tre Ponti punta parecchio: tant’è vero che i volontari lo sottolineano a più riprese.
Già, perché chiunque si appoggia a questa struttura sa che è un momento di passaggio: è l’accompagnamento in una fase difficile della propria esistenza – viene sottolineato – ma non significa tener a balia troppo a lungo, in una sorta di situazione di minorità («c’è da rimettere in piedi la voglia di avere autonomia»).
Non è tutto: battendo la nuova frontiera di un welfare con meno quattrini ma forse più idee e più spinta alla partecipazione si scopre che i volontari di associazioni come questa ma anche come quelli della Caritas non fanno della solidarietà una erogazione bensì «un percorso che renda “persone”gli assistiti: dunque sempre meno assistiti». Anzi, talvolta in grado di «dare, una volta rialzati in piedi, a loro volta un aiuto a chi è in difficoltà».
Il primo passaggio? «È la corresponsabilità nella gestione della casa», ribadiscono i volontari del Ceis: «E questo significa soprattutto: consumare senza sprecare; vivere insieme in modo corretto e civile; far fronte alle incombenze della vita quotidiana, dalla spesa in poi». C’è anche un quarto aspetto: riguarda la volontà di «costruire buoni rapporti con il vicinato». E qui torna lo stile applicato nell’esperienza ai Tre Ponti: «Lì avevamo fatto amicizia: vuol dire in concreto che entriamo noi nel mondo dei vicini e i vicini entrano nel nostro».
All’inaugurazione nei giorni scorsi è arrivato anche il vescovo Simone Giusti. C’erano i parroci don Giorgio Eschini (Corea) e don Gino Franchi (Seton), c’era il diacono Fulvio Falleni e c’era don Armando Zappolini, presidente del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza. C’era soprattutto don Luigi Zoppi, salesiano, prete-coraggio che quasi quarant’anni fa mise in moto il motore della solidarietà che ora tante persone stanno facendo girare. Senza troppo rumore, e con tanto coraggio.
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