Il Tirreno

Livorno

Caos Pielle, il padre del play: «Nessuna minaccia al presidente»

Federico Lazzotti
Manolo Burgalassi
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Manolo Burgalassi

Livorno, Riccardo Biancani replica alle accuse: è stato un confronto tra uomini ma credo che ci sia stato un malinteso

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LIVORNO. «Ho 62 anni e sono alto meno di un metro e ottanta, come potrei minacciare qualcuno più grosso e più giovane di me? Sono andato al panificio del presidente Manolo Burgalassi soltanto per chiarire le cose e per dirgli che la questione del trasferimento di Giuliano a Empoli doveva essere risolta entro quello stesso giorno. Credo che lui abbia capito male...».

Riccardo Biancani, padre del play al centro delle polemiche dopo il passaggio ai rivali fiorentini, replica così alle accuse della Pielle e del suo presidente dopo il faccia a faccia avvenuto nella tarda mattinata di martedì fuori dal negozio di Borgo Cappucci.

«Sono andato ad incontrarlo - prosegue - perché me lo ha chiesto mio figlio che quella mattina era al lavoro. Gli accordi tra Giuliano e la società erano chiari anche se non scritti: se gli trovate lavoro resto, altrimenti se arriva un’offerta migliore sono costretto ad andare perché devo mantenere una famiglia».

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Che lo scambio di punti di vista non sia stato proprio cordiale lo ammette anche lo stesso Biancani: «Ci siamo alterati - dice- ma si tratta di cose da uomini. Non vorrei che Burgalassi abbia interpretato male le mie parole. Purtroppo in quel momento eravamo soli, quindi non ci sono testimoni che posso confermare. L’unica cosa che ho detto, è che con quel comportamento la società avrebbe procurato un danno al ragazzo».

Al di là dell’episodio, al centro del battibecco tra giocatore e società c’è l’accusa del primo di non aver mantenuto i patti e la replica dei dirigenti che invece sostengono che il lavoro promesso sia arrivato.

«In tre mesi - spiega il padre del playmaker la società non gli ha trovato nemmeno un colloquio. L’unico che è riuscito ad avere è stato grazie a un tifoso della squadra. E anche questa occupazione non è passata attraverso i dirigenti, ma dal genitore di un compagno di squadra».

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