Comuni tra fusioni e unioni, la ricetta del Pd per risparmiare
Spese elevate, pochi investimenti e scarsi servizi. Al via una campagna per dimezzare i piccoli enti: contributi e sgravi a chi si accorpa. L'esempio di chi l'ha già fatto e i flop del recente passato
Nel 2014 i residenti di Scarperia e di San Piero a Sieve non hanno pagato la Tasi. E neppure nel 2015. Hanno avuto più corse di autobus e perfino il doposcuola gratis per i figli. Le cose vanno meglio, da quelle parti, da quando i due Comuni sono diventati uno. Si sono fusi e sono arrivati i risparmi: meno spese di organizzazione per mandare avanti gli enti, incentivi dallo Stato e dalla Regione, più soldi per i servizi ai cittadini. L’esempio da citare per il Pd che sabato 28 a Montecatini alle terme Excelsior apre la campagna pro-accorpamenti al grido di “La fusione fa la forza”.
23 EURO PRO CAPITE. In termini economici, il Pd parafrasa lo slogan: “Piccolo non è bello” visto che - rileva l’Irpet - nei Comuni fino a mille abitanti i politici possono decidere come spendere solo 23 euro pro capite. E in Toscana i Comuni piccoli sono tanti: 80 su 279 solo quelli sotto i tremila abitanti. Abbastanza per aver voglia di dimezzarli. Del resto, oggi, oltre un terzo degli amministratori locali, in Toscana, tolte le spese di gestione del Comune, ha una capacità molto limitata di scelta su come investire le risorse pubbliche. Basta pensare che - dice Irpet - assessori e consiglieri di Comuni di tremila abitanti possono scegliere come spendere appena 64 euro pro capite. Solo per i Comuni fra 50.000 e 100.000 abitanti la libertà di manovra si aggira sui 1000 euro. Di per sé questa potrebbe essere una buona ragione - secondo il Pd - per giustificare una nuova politica di razionalizzazione degli enti locali. Che si muova su tre fronti: la fusione di Comuni, in modo da ridurre la spesa di organizzazione e gestione degli enti; in alternativa, l’unione di Comuni per la condivisione di servizi, in modo da creare economie di scala; la ricerca di gestori unici per servizi di pubblica utilità.
TANTI SOLDI SE TI FONDI. In questa direzione, la Toscana si è già incamminata, grazie anche a una legge regionale del 2011 che agevola le fusioni dei Comuni. Infatti, gli enti che si fondono ricevono per 5 anni un contributo regionale di 250.000 euro; per 10 anni un contributo dello Stato pari al 20% del trasferimento erariale dovuto; possono uscire dal patto di stabilità per 4 anni e per 5 anni andare in deroga ai vincoli delle assunzioni. Ma è negli ultimi due anni che il processo ha avuto un’accelerazione: è in corso la riforma della sanità che, dal 1° gennaio, ridurrà da 12 a 3 le Asl della Toscana. E non sono pochi i dirigenti del Pd secondo i quali gli ambiti di area vasta della sanità potrebbero coincidere con ambiti ottimali per l’organizzazione di servizi a livello sovracomunale, a cominciare dalla gestione dei tributi. Ma ci sono anche due esperimenti più spinti: è in corso la prima gara in Italia per affidare a un gestore unico il trasporto pubblico locale (i bus) su base regionale. Inoltre è stata creata un’Autorità idrica unica per l’acqua.
BASTA FUSIONI A FREDDO. Certo i processi non sono semplici né veloci. Tanto meno, ripete da tempo il Pd - possono essere imposti dall’alto. Obbligare alla fusione ha effetti controproducenti, come si è visto nei referendum per gli accorpamenti di Comuni che si sono svolti finora in Toscana: 8 hanno avuto successo perché la popolazione è stata coinvolta. È il caso di Fabbriche di Vallico e Vergemoli in Garfagnana o, nel Pisano, di Crespina e Lorenzana o di Casciana Terme e Lari; al contrario dove i sindaci non erano convinti e la popolazione ha vissuto la fusione come un’imposizione dall’alto (dalla Regione) il referendum ha avuto esito negativo: è accaduto all’Elba, in Lunigiana fra Aulla e Podenzana, ma anche in Lucchesia fra Borgo a Mozzano e Pescaglia e, sempre nel Pisano, fra Capannoli, Palaia e Peccioli. Tanto che il Pd vuole in futuro evitare le “fusioni a freddo”, soprattutto per le 11 richieste di fusioni ancora da sottoporre a referendum. E per quelle ancora da formulare.
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DIMEZZARE I COMUNI. Forse è eccessivo pensare che i 279 Comuni toscani possano diventare 54, tanti quanti sono i “Sistemi locali del lavoro” identificati dall’Irpet e che rilevano i luoghi della frequentazione quotidiana, dove le persone trascorrono la giornata per motivi di lavoro e studio e dove usufruiscono dei servizi. Ma non è improbabile pensare di dimezzarli. Soprattutto se si pensa ai risparmi immediati: nei Comuni fino a mille abitanti, la gestione dell’ente costa 530 euro pro capite, oltre 20 volte la somma da investire per ogni cittadino; in un Comune fra 10.000 e 30.000 abitanti, invece, la spesa crolla a 200 euro. Se poi si arrivasse ad avere solo Comuni con più di 50.000 abitanti - come ipotizza l’Irpet - il risparmio annuo sarebbe di 162 milioni. Ma l’ipotesi non è percorribile perché nel ricalcolo dei confini si dovrà tenere conto anche della conformazione del territorio. E della volontà della popolazione.
UNIONI DEI COMUNI. Allora ci potrebbe volere un passaggio intermedio dalle Unioni di Comuni: già oggi in Toscana ce ne sono 24, la maggior parte nate dalle ceneri delle ex Comunità montate e, composte da alleanze fra meno di 4 Comuni, con meno di 20.000 abitanti. Con un difetto di base: condividono soprattutto servizi come la protezione civile, la polizia municipale, il catasto, il sociale ma non servizi primari come la gestione del personale, i tributi, la pianificazione del territorio. Quelli che fanno la differenza: infatti un Comune piccolo impiega in media 7 anni per l’iter di uno strumento urbanistico, contro i 5 di un Comune grande.
SCONFITTI DALLA BUROCRAZIA. Allora basta diventare un Comune grande per non avere più problemi? Se fosse vero, Firenze, Livorno o Pisa dovrebbero essere amministrazioni senza doglianze. In realtà ci vuole molto più, come sa il sindaco di Scarperia San Piero. Che può esentare i cittadini dalla Tasi. Ma nulla può contro la burocrazia di Stato: Inail e Inps, infatti, ancora non riconoscono il nuovo Comune. Sconosciuto, pure, ai ministeri e alla Regione che ha indetto il referendum. Anche Bankitalia ha difficoltà a riconoscere il nuovo ente. Poco male: le Poste ci hanno messo nove mesi per spostare i conti correnti dei vecchi enti al nuovo.
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