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Livorno

IL TERMINAL CALATA ORLANDO

Tco: noi e l’industria finiamo ko se ci trasferiscono lontano da qui

Tco: noi e l’industria finiamo ko se ci trasferiscono lontano da qui

LIVORNO. «Il nostro è un lavoro così “povero” eppure così indispensabile: ha un basso valore aggiunto, e dunque ha bisogno di volumi enormi per poter sopravvivere, ma al tempo stesso è fondamentale...

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LIVORNO. «Il nostro è un lavoro così “povero” eppure così indispensabile: ha un basso valore aggiunto, e dunque ha bisogno di volumi enormi per poter sopravvivere, ma al tempo stesso è fondamentale per far arrivare la materia prima a tante industrie del territorio. Senza di noi non avrebbero di che alimentare il ciclo produttivo». L'amministratore delegato Roberto Alberti mette in chiaro con poche parole il ruolo che il Terminal Calata Orlando (Tco) ha all'interno del puzzle del porto. E soprattutto fuori, nell'economia reale.

È esattamente questo che ha rappresentato l'elemento di debolezza quando la crisi choc dell'economia mondiale ha messo in ginocchio il sistema industriale: segno che, per quanto si possano migliorare efficienza e produttività, in realtà l'andamento del fatturato lo fa lo stato di salute dell'industria che trasforma in prodotti quelle sabbie, quei feldspati, quello zirconio.

E' altrettanto questo che ne costituisce l'elemento di forza perché nelle aree industriali attorno a ciascun porto importante sono i terminal come il Tco a rappresentare il tassello primo necessario per far funzionare la catena logistica.

Il terminal è da tempo in procinto di esser trasferito: la Calata Orlando è fra la storica collocazione del porto passeggeri fra calata Sgarallino e l’Alto Fondale (da anni la banchina più utilizzata dalle love boat, benché in “prestito”).

Il nuovo Prg assegna alle crociere anche quest’area e per il Terminal Calata Orlando è previsto il trasloco in Darsena Toscana, alla radice della sponda est, praticamente di fronte alla Seatrag. Con qualche sacrificio, dicono dal quartier generale del Tco: da una una striscia di banchina lunga 450 metri con tre accosti (e la possibilità di lavorare tre navi) si passa a una conformazione che prevede un solo accosto e aree retrostanti meno favorevoli al tradizionale lavoro delle gru semoventi. Servirebbe più spazio per via della new entry fra i prodotti lavorati: le biomasse che dai boschi della Toscana vanno verso le centrali in Sicilia e Sardegna («per questo abbiamo anche affittato l’area Intercontainers»)

Ma negli ultimi mesi è rimbalzata sulle scrivanie dell’Authority anche un’altra ipotesi: quella di un trasferimento del terminal a Piombino. L’idea, arrivata in contemporanea alla richiesta di General Electric (Nuovo Pignone) di un’area in quella stessa zona, aveva indotto l’equivoco: «Per quanto ne sappiamo, si tratta di due aree differenti», dice Alberti.

E quanto all’ipotesi Piombino? Alberti risponde che la cosa è «assolutamente irrealistica». Per almeno due motivi strutturali, «al di là del fatto che stiamo parlando di lavoratori in carne e ossa che dovrebbero andare a lavorare lontano dalle loro famiglie».

La prima ragione è da cercare nella particolare tipologia dell’attività: «Essendo a basso valore aggiunto, non possiamo permetterci di ricaricarla del costo extra derivante dagli 80 chilometri in più: per alcune merci sarebbe il 20% del valore. Non è neanche lontanamente sostenibile dal punto di vista economico: la metà delle merci hanno una destinazione entro i 3 km»».

La seconda motivazione ha a che vedere con il fatto che si tratta di merci che hanno una clientela specifica: «Sono prodotti che non possono avere un mercato qui come altrove:minerali e sabbie per particolari industrie che stanno tutte nella Toscana di nord ovest. Spostarci 80 km a sud significa metter noi fuori mercato e loro senza approvvigionamento di materia prima: la metà dei nostri volumi hanno una destinazione entro i 3 km»).

Nel libro soci del Tco – che ha 26 addetti – figurano il Cis di Alberti con il 20% e la Minerali Industriali con il 25% mentre il 55% è del Terminal Rinfusi Mediterraneo (in cui figurano la società Carlo Laviosa, la U. Del Corona e Scardigli srl e la Giorgio Gragnani srl, oltre a Cis e, tramite Agrimar, la multinazionale canadese dei fertilizzanti Agrium). Il terminal lavora soprattutto per l’edilizia e, tramite vetro, per l’industria dell’auto: nel 2009 il tracollo del 60% in meno con la crisi, negli ultimi due anni il grafico torna a crescere con un più 20% nel 2014 e un più 15% quest’anno.(m.z.)

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