Il Tirreno

Livorno

Il porto di Livorno ieri e oggi: Lo Scalo Morosini

La memoria del porto di Livorno nelle fotografie ritrovate da Mario Bellagotti e Vito Lo Piccolo per conto dell’Authority.

2 MINUTI DI LETTURA





A rigor di termini qui non siamo in porto bensì in cantiere: non ci sono merci da movimentare ma navi (ora yacht) da produrre. E tuttavia per ogni livornese questa è l’altra faccia dell’economia del mare che ha modellato l’identità della città. Trasformandosi proprio com’è avvenuto per lo scalo Morosini. Con quattro tappe che hanno accompagnato la nostra storia. La prima cent’anni fa, alla vigilia della Grande Guerra: lo costruiscono per poter varare verso il mare aperto navi di stazza maggiore. La seconda, nel ’37: è proprio da questo scalo che, poco prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, negli anni del Duce scende in acqua il Tashkent, cacciatorpediniere della Marina militare sovietica di Stalin. La terza, durante i bombardamenti del ’43-44: al pari del porto, il Cantiere è stato uno dei bersagli preferiti ed è semidistrutto. La quarta, al culmine della ricostruzione postbellica: la città ce la mette tutta per resistere ma alla fine arriva da Roma la “sentenza” che ridimensiona il Cantiere e dunque all’inizio degli anni ‘60 fa sparire lo scalo ormai inutile. La quinta, nel ’98: nel Cantiere trasformato in cooperativa la riattivazione dello scalo Morosini diventa l’emblema della conquista del futuro. La sesta, sei anni più tardi: dopo il patatrac del Cantiere-coop subentra Azimut Benetti e, siccome non si producono più navi gasiere-chimichiere o grandi traghetti passeggeri bensì yacht ultrachic, quello scalo appena rimesso in piedi non serve più. Ora non ne resta che una minima traccia di memoria in mezzo ai piazzali fra i capannoni azzurri dei panfili (e anche l’avanscalo è stato tombato in nome delle diverse esigenze delle nuove produzioni).

CON LE PAROLE DI VALERIO EVANGELISTI (TORTUGA) “Fino a dieci anni fa, i rematori delle galere erano “bénévoles”, cioè “volontari”, oppure turchi catturati qui e là per il Mediterraneo. Venduti come schiavi a Livorno, a Venezia, a Malta, a Cagliari, a Candia”, spiegò Levert in un mattino soleggiato e già torrido, mentre, appoggiato al timone, guardava i pendii verdeggianti di Cayona e gli altri vascelli alla fonda.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web