Il Tirreno

Livorno

È qui il regno dell’economia dipinta di blu

di Mauro Zucchelli
È qui il regno dell’economia dipinta di blu

In nessun’altra provincia arriva dal mare una così rilevante fetta di reddito e ricchezza

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Non esiste provincia in Italia dove la “blue economy” pesi più che qui da noi: vale 1.298,5 milioni di euro, cioè il 15,9% del valore aggiunto che il nostro sistema economico riesce a produrre. Più di Trieste (dove si arriva al 15,6%), più di Olbia (dove la percentuale non arriva a quota 14), più di Genova (quarta con il 13,3%) o di La Spezia (sesata con il 12,9%) o anche di Venezia (decima con l’8,6%).

Non basta: di questo campano più di 18mila famiglie, con una incidenza del 13,8% che ci colloca al quarto posto fra le oltre cento province del Bel Paese. Di più: neanche a La Spezia, Trieste o Genova c’è una così rilevante percentuale di “imprese blu” rispetto al complesso delle attività economiche; se ne contano «quasi 4mila», cioè il 12,1% del totale, solo Rimini ci supera in tutta Italia.

Parole e musica del dossier messo a punto dall’équipe di ricerca che, sotto la guida di Oliviero Montanaro e Domenico Mauriello, è nata dal tandem fra ministero dell’ambiente e il sistema delle Camere di Commercio coordinato da Unioncamere. Titolo: “Il mare: la sostenibilità come motore di sviluppo”.

Sia chiaro, i confini della “blue economy” non si limitano al perimetro delle banchine o delle gru portuali: nel conto finisce anche la filiera ittica (fra pescherecci e trasformazione agroalimentare) così come quella della cantieristica (fra yacht e barche), le attività ricreative e la galassia del turismo ma anche il campo della ricerca e della tutela ambientale.

COMPETIZIONE, MA...
Ma questo allargare lo sguardo a tutto quel che intorno all’ “economia del mare” ruota non lo dobbiamo affatto prendere come un imbastardimento delle statistiche, visto che qui ci occupiamo di portualità. È chiaro che ci sarà sempre competizione nell’accaparrarsi gli spazi, e tuttavia la presenza del mare è qualcosa di più d’un accidente della storia: stiamo parlando di un minimo comun denominatore che lega queste attività pure così differenti. Anzi, le rafforza l’un l’altra anche quando in prima battuta si riscontrano conflitti e attriti: si pensi a quel che rappresenta il turismo delle crociere a Livorno. Sì, in termini strettamente portuali il fatturato di una nave cargo è di gran lunga superiore a quello di una love boat: ma le merci non hanno cervello, non si innamorano dei luoghi per tornarci magari in vacanza, non vanno a pranzo nel ristorantino col menù di cacciucco né fanno shopping di magliette buffe o di grappe stravecchie, e nemmeno inviano agli amici i selfie su whatsapp o li consigliano che lì sui Fossi c’è la tal osteria...

NOI, UN CASO UNICO
I dati del report di ministero e Unioncamere ci disegna come un “unicum” nell’intera penisola. Non c’è da meravigliarsene: del resto, non esiste nemmeno un altro territorio provinciale che abbia due Autorità portuali al proprio interno e neppure che abbia un così grande sviluppo costiero rispetto alla propria superficie.

Eppure solo statistiche come queste possono farci spalancare gli occhi davanti alla consapevolezza della centralità che per il nostro territorio ha il mare: non solo come svago, non solo come hobby e come qualità della vita ma soprattutto come fonte di sostentamento che tiene in piedi l’economia di una provincia intera.

Bisogna tener presente anche altri aspetti per riuscire a comprendere gli effetti che ha questo settore sul complesso del sistema locale, regionale, nazionale: nel bel mezzo del guado della crisi choc, la “blue economy” made in Italy ce l’ha fatta comunque a mettere a segno una espansione del 2%.

ANCHE NELLA CRISI CHOC
Non dimentichiamoci che perfino nel periodo più buio della nostra economia questa specifica galassia ha visto «la nascita di 3.500 nuove attività» a livello nazionale, come riporta lo studio del ministero dell’ambiente e di Unioncamere. Quanto basta per far registrare un dato di un certo interesse: siamo del tutto in controtendenza rispetto al resto dell’economia se è vero che l’”economia del mare” vede crescere del 2% l’arcipelago delle proprie realtà imprenditoriali mentre la rimanente parte dell’apparato produttivo arretra di quasi un punto percentuale.

Ma vale la pena di mettere l’accento anche su un tassello del puzzle che è specificamente livornese. Come dicevamo, solo a Rimini la fetta di imprenditoria legata all’ “eocnomia del mare” è più significativa che qui da noi. Ma nella riviera romagnola stiamo parlando di una situazione in cui è l’attività turistico-balneare a far la parte del leone, praticamente 4 aziende su cinque hanno a che fare con ombrelloni e menù di mare. Non è così in provincia di Livorno: nel nostro territorio il peso dei differenti sottosettori è più equilibrato e non lascia spazio a una monocoltura a danno di un’altra (resta, come dappertutto, la prepondenza del turismo con il 60% delle aziende ma c’è anche un robusto spicchio di attività di trasporto marittimo, pari al 13%, praticamente altrettanto è rappresentato dalla filiera legata alla cantieristica, mentre quasi nove società su cento hanno a che fare con la filiera del pesce).

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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