Il Tirreno

Livorno

A lezione di sport e coraggio, Bebe la campionessa paraolimpica sale in cattedra

Giorgio Carlini
A lezione di sport e coraggio, Bebe la campionessa paraolimpica sale in cattedra

Beatrice Vio, 18 anni con la scherma nel cuore, racconta agli studenti dell'Enriques come la disabilità non sia un limite: non è un ostacolo alla vita ma un modo diverso di viverla

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LIVORNO. "Tirate fuori quel sogno che tenete chiuso in un cassetto: scrivetelo con un pennarello indelebile sul vetro della finestra di camera. E fatevi il mazzo per raggiungerlo: vedrete che niente e nessuno potrà fermarvi". E poi: "Se davanti a voi avete una sfida, anche la più dura che possiate immaginare, dovete farla diventare una figata. Dovete pensare: più difficile è, più divertente sarà superarla. La prova che vi sembra la più brutta dovete farla diventare la più bella". Un inno alla vita, alla dignità e al coraggio, quello che Beatrice "Bebe" Vio ha fatto risuonare ieri mattina nella palestra del liceo Enriques, trasformato per l'occasione in un auditorium in cui circa cento studenti hanno potuto conoscere di persona la 18enne campionessa paralimpica, diventata un simbolo (oltre che un talento sportivo) per come ha affrontato la grave malattia che l'ha colpita nel 2008 e per come interpreta ora la disabilità: non un ostacolo insormontabile, quanto piuttosto un modo diverso di approcciarsi al mondo che non impedisce però di coglierne le gioie e le soddisfazioni.

L'incontro con Bebe è stato organizzato da Augusto Bizzi, fotografo della Federazione italiana scherma nonché livornese doc, e ha avuto come filo conduttore l'entusiasmo contagioso di una ragazza che, a discapito della stazza minuta, dentro di sé ha la forza di un leone, ma anche una positività e una maturità che non ti aspetti. A fare gli onori di casa è stata la vicepreside dell'Enriques, Eleonora Agostinelli, mentre a condurre il dibattito ci ha pensato Francesco Gazzetti (più nelle vesti di giornalista che non di consigliere regionale). Fin dalle prime battute Bebe ha spiazzato la platea dei suoi coetanei parlando della meningite fulminante che all'età di 11 anni le ha causato una estesa infezione e l'amputazione di avambracci e gambe: "Ma mi ritengo fortunata, perché nel 96% dei casi si muore comunque, io rientro invece in quel piccolo 4%".

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Bebe oggi non "sopravvive". Al contrario, ha una vita ricca di soddisfazioni ed emozioni. "Certo - ammette - non sono mancati i momenti brutti. I giorni più duri sono stati quelli successivi alle operazioni, quando mi sono ritrovata a casa, senza più i medicinali che alleviavano il dolore". Furono le parole del babbo Ruggero ad aiutarla: "Una mattina, prima della consueta medicazione, mi lamentavo in preda al dolore e alla rabbia, arrivando a dire che non valeva la pena continuare così. Allora mio papà mi ha detto: "Ma stai zitta, che la vita è una figata". Da quel momento, quella frase è diventata il mio motto e mi ha dato la forza di tornare ad essere me stessa".

La giovane di Mogliano Veneto esorta i ragazzi a "pensare positivo" (non è un caso che il titolo del suo libro uscito ad aprile sia "Mi hanno regalato un sogno", perché Jovanotti è uno dei suoi artisti preferiti), ma "nel caso foste costretti a lottare per la vita, allora dovrete tirare fuori le palle". Poi aggiunge "Mia mamma mi ucciderà per il linguaggio", e prosegue: "Dovrete pensare non solo a voi stessi, ma anche agli amici e alla famiglia. Capirete che dovrete farcela non solo per voi, ma anche per loro. Dovrete unirvi e spaccare il mondo insieme. Così anche la più grande difficoltà sembrerà piccola al vostro cospetto".

Per Bebe il secondo pilastro, dopo la sua famiglia, è lo sport. E la malattia non ha certo intaccato l'amore per la scherma sbocciato quando aveva 5 anni. "Dopo le amputazioni - rivela - non avevo ancora preso coscienza di come fosse uno sport per disabili. Ero convinta che mi avrebbero attaccato due protesi e che avrei ricominciato a tirare in piedi. Poi - continua divertita - mi hanno parlato della scherma in carrozzina e ho pensato: "Ma è da handicappati", senza rendermi conto che "l'handicappata" ero io. Quando l'ho provata, però, ho ritrovato una disciplina esaltante come prima, se non addirittura ancora più bella".

Bebe ha anche una missione che porta avanti con l'associazione "art4sport": "Voglio aiutare tutti i ragazzi disabili ad uscire dalle loro case per tornare a fare ciò che desiderano: tirare di scherma o a canestro, correre su una pista di atletica o uscire la sera con gli amici. A volte sento qualcuno che dice: "Non ho le gambe, mi basta tornare a camminare". Io non voglio "solo" camminare, voglio farlo bene e senza provare dolore, ma voglio anche correre, fare sport e mettermi i tacchi come le mie amiche. E oggi grazie alla mia forza di volontà posso farlo".

[[atex:gelocal:il-tirreno:lucca:cronaca:1.12497397:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/lucca/cronaca/2015/11/23/news/andrea-passa-il-traguardo-avra-le-protesi-per-correre-1.12497397]]Infine Bebe ha risposto alle domande degli studenti sul tema della disabilità: "Credo al potere dell'ironia - sottolinea - nessuno mi prende in giro perché sono la prima a prendermi in giro da sola. Ma non sopporto chi tratta i disabili con commiserazione. Prenderei a sberle chi si rivolge ad un handicappato cambiando tono di voce, come si fa con i bambini piccoli. Un conto è la gentilezza, un altro la pietà. Mi impegno a far conoscere la disabilità perché dietro alle distanze c'è ignoranza. Io voglio far capire che avere le protesi non è un handicap, ma una gran figata".

"La forza di Bebe - chiosa Bizzi a chiusura dell'incontro - è far sembrare facile anche ciò che non lo è. Il sacrificio che non racconta è quello del dolore che deve sopportare durante le gare, quando è costretta a interrompere gli assalti perché deve farsi medicare". Poi, però, la giovane campionessa risale in pedana e vince la sua sfida. E questo è l'insegnamento lasciato da Bebe ai ragazzi livornesi.

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di Redazione web