Gioco
Sbranato dai cani, chieste due condanne: «Una morte da terzo mondo»
Livorno, il pm Petralia ha ricostruito il decesso di Vito Guastella del 28 febbraio 2012. «Due anni per il proprietario del piazzale, uno per la donna che li accudiva»
LIVORNO. Vincenzo Guastella, figlio di Vito, l’auto-trasportatore di 50 anni trovato morto la mattina del 28 febbraio 2012 in un piazzale lungo l’Arnaccio, piange in aula abbracciato alla sorella Valeria, mentre il pubblico ministero Gianfranco Petralia ricostruisce l’atroce morte del padre. «Una tragedia della superficialità», «una morte da terzo mondo», sono le definizioni che ne dà il pm nella lunga requisitoria. Due ore al termine delle quali il magistrato chiede le condanne, l’accusa è omicidio colposo, sia del rappresentante legale della ditta proprietaria del terreno, Giuseppe Daniele Di Leo, 37 anni, che di Rodica Trofin (difesa dall’avvocata Aurora Matteucci), 56, la donna che viveva dentro la roulotte sistemata (abusivamente) nel piazzale «e si occupava di badare al branco di cani che ha sbranato l’uomo riducendolo in brandelli».
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Ma nell’udienza più lunga del processo c’è tempo, oltre al dolore, anche per la rabbia. Che per i familiari della vittima, giunti a Livorno in massa dalla provincia di Alcamo, in Sicilia, arriva quando prende la parola l’avvocato dell’imprenditore, Giuseppe Sceusa, che nell’arringa spiega senza mezzi termini come le indagini «siano state superficiali» e le ferite trovate sul corpo della vittima siano «compatibili con un’aggressione eseguita da almeno due persone con oggetti contundenti», concludendo che «i cani hanno sbranato l’auto-trasportatore quando era già morto».
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È dentro a questa battaglia di sentimenti, ma soprattutto di prove e consulenze, che il giudice Angelo Perrone dovrà districarsi per arrivare alla sentenza che ieri è slittata insieme alle repliche del pubblico ministero ed è stata fissata per il prossimo 21 dicembre. Spiega nella premessa il magistrato che ha coordinato le indagini dei carabinieri: «Prima di tutto è necessario recuperare la serenità che in certi casi può minare la lucidità nelle scelte. In questo processo è accaduto che gli esiti abbiano consegnato risultanze in linea ai fatti contestati. Ecco perché oggi scriverei il capo d’imputazione tale e quale a come l’ho scritto tre anni fa». Due le domande della pubblica accusa. La prima è rivolta al giudice: «Come fa a decidere? Facendo buon governo della responsabilità legale, non parlando dell'origine dei cani, ma di come è morto Vito Guastella». È così che si arriva al secondo quesito: «I due imputati che cosa hanno fatto per impedire che ciò accadesse?» Nulla, è la risposta a cui è arrivato il pm.
La ricostruzione. Guastella la mattina del 28 febbraio di tre anni fa è arrivato alle 7,30 nel piazzale ed è stato trovato morto alle 10.45. Ha raccontato durante la testimonianza, citata dal pm, il tenente Claudio Gallù, allora comandante del nucleo radiomobile dei carabinieri: «Nel piazzale c’erano dei cani, un branco di animali con il muso sporco di sangue».
Anche il pubblico ministero, poco dopo, raggiunse il luogo del delitto. «Questi cani non erano legati ma liberi: facevano quello che volevano», ripete. «Questi animali - si domanda - erano abitualmente presenti nel piazzale? Sì, ce lo dicono i testimoni. C'era una cuccia, alcune ciotole. La Trofin dava loro da mangiare. La capostipite dei cani era Bella, l'avevano portata dalla Sicilia poi si è accoppiata e alcuni cuccioli sono stati venduti, gli altri sono rimasti. La Trofin gestiva i cani, Di Leo sapeva e lo ha ammesso, addirittura si lamentava con il compagno della donna. Si trattava - è la conclusione - di cani vaganti e non randagi, il fatto che non fossero registrati non fa differenza, anzi. Anche perché nessuno li ha mai voluti allontanare segnalando la loro presenza al Comune di Collesavetti oppure alla Asl». La situazione di pericolo «era prevedibile: fame, dinamiche di branco, ma poteva essere evitata attraverso iniziative che gli imputati hanno detto di aver cercato di attuare, ma che non erapossibile per colpa delle istituzioni. Eppure il problema era risolvibile con poche decine di euro: guinzagli, museruole, gabbie».
La ferita e l’impronta. Sono due i punti che il pubblico ministero tocca anticipando la linea difensiva: una ferita sulla fronte della vittima e il segno di uno pneumatico ritrovato nel piazzale. «Il consulente della Procura (molto criticato dalla difesa, ndr) spiega come non siano emersi elementi di cause o concause diverse da quelle dei cani. Quali elementi diversi? Possibile che gli animali non siano responsabili ma che si siano nutriti del corpo, che siano stati consumatori di un pasto? No- è la risposta - perché la visione difensiva lascia il tempo che trova. A cominciare dalla ferita a stampo a forma di Y incompatibile con quella provocata da un animale, sostiene la difesa, ma inferta dall'alto verso il basso. Mentre lo pneumatico è solo il segno di una macchina dei carabinieri arrivata per prima sul piazzale».
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