Il Tirreno

Livorno

Quelli che sorridono davanti al dolore

di M. Antonietta Schiavina
Angela Gioia dal 2009 dirige l'Hospice di Pisa
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Angela Gioia dal 2009 dirige l'Hospice di Pisa

Angela Gioia, livornese, guida l’Hospice di Pisa. Un lavoro delicatissimo a tu per tu con la sensibilità dei pazienti

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Livornese, cinquant’anni, single, Angela Gioia dirige, dal 2009, l'Unità funzionale Hospice pisana ed è responsabile aziendale delle Cure palliative. Ha scelto di “accompagnare”i pazienti per l'ultima fase della malattia oncologica , ma anche per altre malattie cronache gravi che, specialmente con la vecchiaia sono in agguato, garantendo la massima professionalità e l'avanguardia delle terapie antidolore.

Parlando della sua “missione” dice: «Nell'ascolto e con lo sguardo attento verso l’altro cerchiamo di aiutare malati e familiari... In un periodo in cui tutto va di fretta offriamo un tempo e un luogo dove ascoltare, insieme alla psicologa, la dottoressa Francesca Mugnai- le storie di vita che le persone ci propongono.

Il suo è un lavoro di equipe. Vi sostenete a vicenda?

«Crediamo nel valore del lavoro di gruppo, di cui fanno parte il coordinatore infermieristico, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, la psicologa, il fisioterapista, la podologa e i medici... Ascoltiamo chi esprime il proprio bisogno, indicandoci così la via migliore nella condivisione di informazioni, emozioni, sentimenti. Chiaramente agiamo con quanta più immediatezza possibile sul controllo del sintomo, per esempio il dolore o la crisi respiratoria. E già questo è un importante punto di partenza nella relazione di cura».

Più che del fine vita lei ha sempre dichiarato di occuparsi della vita.

«Mi ispiro a Marie de Hennezel (psicologo francese ndr) che in un libro scrive: “Vorrei far capire che il tempo che precede la morte può essere utile al compiersi di una persona, a una trasformazione di chi le sta accanto (…). Non si è forse vivi fino alla fine?” E nella relazione di cura ho di fronte a me una persona viva, anche se fragile, con un percorso talvolta lungo e faticoso di confronto con la malattia. Una persona che in un momento particolare ha necessità di essere vicino a qualcuno che ama, di raggiungere una meta, di portare a termine un progetto... Quest’anno un nostro paziente, grande cuoco, viaggiatore, ma anche pittore, ha ripreso a dipingere e in Hospice è stata organizzata dai volontari dell’Associazione Oncologica Pisana una bellissima mostra dei suoi quadri, presentata da una studiosa d’arte moderna e da lui stesso: un vernissage vero con amici venuti anche da lontano. Questa è vita!».

Come fa a sopportare il continuo contatto con la sofferenza?

«Traggo forza dal sorriso che anima i volti quando il dolore è controllato, quando il sibilo dell’insufficienza respiratoria scompare. Mi dà forza l’abbraccio dei familiari che ci ringraziano, scrivendo lettere bellissime, quasi poesie. Cerco di affrontare la giornata come mi ha insegnato la mia specializzazione di base (anestesia e rianimazione): risposte immediate perché ogni momento è prezioso. È un tempo tanto più prezioso per il familiare che può viverlo nella cura, nell’affetto, nell’amore verso il proprio caro».

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Con i tagli alla sanità riuscite a sopperire alle esigenze dei malati che si rivolgono a voi?

«In questi anni abbiamo avuto grande sostegno da parte della Direzione della USL5 e della Società della Salute della Zona Pisana, sempre molto sensibili alle necessità delle persone in questo percorso. Credo sia importante evidenziare quanto ci siano vicine le associazioni del territorio come Aopi, Il Mandorlo, Ada Arpa, Faro, NonpiùSola, che hanno fatto rete, prendendo in carico un medico palliativista dedicato alle consulenze domiciliari su richiesta del medico di medicina generale, del terzo medico in Hospice, del palliativista in ambulatorio di Oncologia dell’Ospedale Lotti, di ore di psicologo per la prevenzione del lutto patologico e di uno psicologo dedicato ai minori. Certamente sarebbe opportuno implementare la rete delle cure palliative anche nell’ottica della presa in carico globale del paziente, in tutti i luoghi di degenza, al fine dell’applicazione della Legge 38/2010 e successivo accordo stato regioni che definisce la rete stessa».

Come ha deciso di scegliere una specializzazione psicologicamente molto dura?

«Da ragazzina ho fatto volontariato nell’ambito della disabilità, e volendo occuparmi di dolore e pazienti fragili già nei primi anni universitari, ho indirizzato gli studi in questo settore. Sono specializzata in anestesia e rianimazione e oltre ad avere avuto l’opportunità di fare esperienza nell’ecocardiografia transesofagea, nell’anestesia dei trapianti, nella chirurgia plastica pediatrica, in neurochirurgia, una volta terminata l'università, ho lavorato al centro di Terapia del Dolore dell’Aoup. Nei dieci anni in cui sono stata in quella struttura ho sperimentato come il dolore fisico possa togliere qualsiasi anelito alla felicità, se non alla vita stessa. E ho deciso di combatterlo».

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