Il Tirreno

Livorno

Terrorismo, l'esperto: «La Torre di Pisa fra i bersagli della jihad globale»

di Mario Neri
Terrorismo, l'esperto: «La Torre di Pisa fra i bersagli della jihad globale»

Intervista al professor Strazzari (scuola Sant’Anna): «La strategia dell’Is è colpire i grandi simboli globali»

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PISA. «Non esiste un angolo d’Europa che sia al sicuro, no. Non se per sicurezza si intende un incapsulamento che garantisca l’incolumità totale. Credo però che la provincia italiana non diventerà un bersaglio dello Stato Islamico. Non almeno di attentati come quelli messi a segno a Parigi». Francesco Strazzari è un professore di scienza politica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, uno dei maggiori esperti italiani di terrorismo e Medioriente. Contrariamente a molti analisti, in queste ore intravede solo due obiettivi sensibili sul territorio nazionale.

Professor Strazzari, che pericoli corriamo?

«La strategia dello Stato Islamico è evidente. Chi organizza attacchi a questo livello di complessità cerca un’audience planetaria, quindi grandi simboli globali. Dunque, oltre a Roma, che ospiterà il Giubileo, non vedo altri bersagli globali in Italia se non la Torre di Pisa. Non ci sono altri luoghi simbolo al di là della capitale. Lo sarà Roma perché è la città del Colosseo e perché sede del Vaticano. Inoltre il nostro Paese non ha quasi mai scelto l’opzione militare, non tanto ancorando la scelta alla Costituzione ma al ruolo di cuscinetto e di mediazione che ha sempre interpretato per ragioni geografiche. È un anello di collegamento nel Mediterraneo, non dobbiamo dimenticarlo».

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Ma la strage di Parigi non è una dichiarazione di guerra all’Occidente?

«Certo. E rispetto al passato, il fondamentalismo ha fatto un enorme salto di qualità. Guardiamo la tipologia di attentato: un attacco a basso contenuto tecnologico ma ad alto ingegno tattico. Non siamo più di fronte all’evento singolo, anche di portata globale, ma momentaneo come con le Torri gemelle. L’Is mostra una capacità di coordinamento e di azione inedita, che promette di ripetersi. Ma i jihadisti hanno ottenuto anche un altro risultato».

Quale?

«Proprio mentre i bombardamenti russi e la pressione dei ribelli stavano producendo i primi effetti, e l’Is stava indietreggiando in Siria, la jihad ha colpito la Francia. E oltre ad aver gettato nel terrore Parigi, quelle bombe sono esplose sotto il tavolo dei negoziati di Vienna, hanno sconvolto l’agenda politica delle diplomazie internazionali».

A Vienna si è deciso di arrivare ad elezioni in Siria di qui a 18 mesi. Non è positivo?

«Sì, ma rischia di essere una dichiarazione altisonante e irrealistica: sul terreno siamo ben lontani da una trattativa. Il tavolo di Vienna era stato convocato per trovare un assetto in Siria. Invece è cambiata la scala delle priorità: adesso al primo posto c’è la guerra all’Is, poi la stabilità regionale, infine la transizione in Siria. Le bombe hanno fermato la visita in Italia e a Parigi del presidente iraniano Rohani. Il timing dell’orrore è inequivocabile: l’Iran per la prima volta, dopo anni, si accreditava per i negoziati, è stato bloccato».

Sarà impossibile sconfiggere i jihadisti?

«No se le potenze non decidono di combattere tutte nella stessa direzione senza ambiguità. Oggi sul territorio di guerra si muovono moltissime formazioni. Con una acrobazia lessicale, alcune sono state definite dalle diplomazie occidentali “jihadisti moderati” e finanziate dai paesi del Golfo. E i ribelli riforniti dagli Stati Uniti. Tutti, nel tentativo di accreditarsi come fautori dei negoziati, vorranno conquistare terreno. Il rischio è di innescare una spirale di violenza vanificando alla fine il processo di pace. Ecco un altra conquista dell’Is: ha legittimato Assad, il dittatore».

Se questo scenario si avverasse che cosa potrebbe succedere?

«Beh, in Siria vivono ancora milioni di persone. Se il fronte di guerra si allargasse, quei civili potrebbero trasformarsi in milioni di profughi. E qui, arriviamo a un altro risultato ottenuto dalle bombe di Parigi: l’Is ha sconvolto la geografia politica del conflitto. Oggi la Siria comincia dalla Russia, passa dal nord Africa, la Turchia, l’Italia e finisce a Parigi».

Ma perché allora colpire la Francia?

«Ci sono vari motivazioni. È da sempre, dal Mali al Nord Africa, in guerra con il fondamentalismo. Inoltre, da settimane si è unita agli interventi aerei in Siria, soprattutto per colpire i 1500 combattenti stranieri cresciuti nelle banlieue. Ed ecco una differenza con l’Italia. Noi abbiamo un bacino più piccolo di reclutamento per i foreign fighters, non abbiamo una questione banlieue».

Come ci si difende adesso?

«L’intelligence francese è stato sopraffatto dai numeri: quella parigina è stata una sequenza spaventosa. La falla non è tanto nella qualità investigativa ma nella capacità di monitoraggio. In questo ora siamo deboli, ma non si può pensare di monitorare big data di questa portata. Dovremmo investire su una sorveglianza totale, che sfalderebbe la natura del patto sociale».

Quale sarà il ruolo dell’Italia?

«Il nostro Paese ha sempre interpretato un ruolo cerniera nel Mediterraneo. Fa parte dell’alleanza atlantica, ma ha sempre mantenuto un dialogo con tutti. Per solidarietà europea esprime la sua condanna, ma non sarà la prima ad usare le maniere forti».

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