Gioco
«Tre ore prima ero lì dove hanno sparato»
Livornesi nella capitale sotto choc: il maestro, il turista, il musicista in concerto. «Non bisogna cedere alla paura»
LIVORNO. Chi ha paura e, se dovesse andarci oggi, rinuncerebbe alla vacanza. Chi ci vive e ha intenzione di continuare a farlo. Chi non c’era, ma si è rivisto nella disavventura di colleghi che come lui suonavano, ma a 200 chilometri di distanza. Gli attentati di Parigi hanno costretto anche molti livornesi a fare i conti con il terrore che, dalla sera di venerdì 13, ha investito la capitale francese. Ciascuno ha reagito alle notizie della strage a modo suo, ciascuno con la sua sensibilità e la sua storia. Gabriele Evangelista, 26 anni, si trovava a tre ore di macchina dal teatro Bataclan. Mentre gli Eagles of Metal suonavano nella capitale, lui era impegnato a Nièvre, al D’Jazz Nevers Festival. E mentre quattro uomini prendevano il controllo della sala pronti a massacrare decine di spettatori uno per uno, stava suonando con Enrico Rava e il suo gruppo. «Me l’ha detto un musicista. In quel momento io non stavo suonando e lui era andato un attimo in camerino. È tornato, si è avvicinato e mi ha sussurrato all’orecchio degli attentati. Ma solo a concerto finito abbiamo scoperto che cosa stava succedendo». Gabriele non è nuovo a queste situazioni. A marzo, pochi giorni dopo la strage del Bardo, si esibì in Tunisia a pochi metri dal museo di Tunisi in cui, pochi giorni prima, avevano perso la vita 24 persone.
Ma stavolta c’è almeno una differenza: «Pensare che a meno di tre ore d’auto da me gente che faceva il mio stesso lavoro non è riuscita a finire il concerto perché dei terroristi l’hanno interrotto non è facile. Ma sono rischi che dobbiamo prenderci. Io sono fatalista, queste cose possono succedere ovunque. In questa parte di mondo succede con minor frequenza. Quando ho preso l’aereo per tornare, al De Gaulle i controlli erano aumentati. Ma non c’era paura. Ed è giusto così: non bisogna cedere al terrore, perché è quello che vogliono questi assassini».
Non tutti la pensano allo stesso modo. Dario Colombini, 43 anni, era a Parigi per le vacanze. Ha scoperto cosa stava succedendo perché, in albergo, stava guardando un canale italiano. Ieri mattina ha preso l’aereo per tornare a casa: «Sono ripartito da Parigi Beauvais con la mia ragazza. Il tassista ci ha portato all’aeroporto senza dire una parola per tutto il viaggio. Sull’aereo c’era molta gente arrivata in Francia da un giorno, che ha deciso di disdire le vacanze. Anch’io, al loro posto, avrei fatto così. E se dovessi andarci ora, non lo farei. Tre ore prima ero in place de la Republique, nella zona della strage. Mi sembra ancora incredibile».
Luca Papini, maestro elementare, ha 42 anni e insegna all’istituto comprensivo Leonardo Da Vinci di Parigi. Un mese dopo la strage di Charlie Hebdo e del supermercato kosher andò al Père-Lachaise per portare due disegni dei suoi bambini sulla tomba di Amedeo Modigliani. Da settembre insegna nella capitale e vive lì con la sua famiglia. «C’è un clima strano, surreale, sembra tutto sospeso. In questa zona, negli Champs Elysees, non c'è l’esercito nelle strade. Molti vanno a correre sulla Senna». Non ha dubbi, Luca: Parigi è la sua vita e, nonostante qualche precauzione da prendere in futuro sia a casa che sul lavoro, non ci vuole rinunciare: «Certo che rimango. Non dobbiamo farci spaventare dal terrore. È quello che vogliono i terroristi. Le partigiane curde che li combattono in Siria ci danno l'esempio da seguire».
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