Il Tirreno

Livorno

«Un’infezione in ospedale ha ucciso il nostro Luca»

di Juna Goti
«Un’infezione in ospedale ha ucciso il nostro Luca»

LIVORNO. «Siamo convinti che il nostro Luca sia morto di infezione e non si può morire di infezione in ospedale. Chiediamo che sia fatta giustizia e che, soprattutto, non accada più: con questo...

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LIVORNO. «Siamo convinti che il nostro Luca sia morto di infezione e non si può morire di infezione in ospedale. Chiediamo che sia fatta giustizia e che, soprattutto, non accada più: con questo nostro gesto vogliamo tutelare anche eventuali futuri malati». Vogliono vederci chiaro i familiari di Luca Magnolfi: volto del Coni ai tempi di Gino Calderini, impegnato nel sociale e nella politica (è stato anche consigliere di Rifondazione in circoscrizione) è scomparso a settembre, a 54 anni. I familiari hanno presentato un esposto alla Procura perché sono convinti che il loro caro sia morto in conseguenza di un batterio, la klebsiella, contratto in ospedale.

È la nipote, Cecilia Foschi, a scegliere di raccontare oggi il calvario di Magnolfi, arrivato al pronto soccorso il 13 giugno scorso con una sospetta trombosi alla gamba e morto il primo settembre, dopo tre mesi di ricoveri, operazioni e una breve parentesi a casa.

«Il 13 giugno – spiega Foschi – mio zio è andato al pronto soccorso da solo, in scooter, perché gli faceva male un piede che era diventato scuro: aveva già avuto una trombosi e così si è insospettito. Alla fine si trattava davvero di una trombosi all'aorta addominale ed è stato ricoverato in terapia subintensiva. Dopo pochi giorni, il 16 giugno, è stato operato al sesto padiglione: l'intervento è riuscito ma non è bastato, e il 22 giugno è stato operato una seconda volta, per aprire l'aorta e ripulirla. Dopo poco più di una settimana, il 30 giugno, i medici sono dovuti intervenire di nuovo e questa volta hanno inserito una protesi».

Come da prassi, subito dopo l'intervento, il paziente è stato tenuto sotto controllo in rianimazione, poi è tornato al sesto padiglione. «Ma non stava bene – riprende la nipote – aveva la febbre e i medici si sono accorti che la protesi si era infettata: infezione da klebsiella Kpc, un batterio molto resistente agli antibiotici. Così, 18 giorni dopo l'operazione, è stato spostato al nono padiglione (malattie infettive), dove ha iniziato la terapia antibiotica».

Si arriva a inizio agosto. «Il 2 agosto – ricostruisce la nipote – sulla cartella clinica c'era scritto che mio zio si alimentava e si idratava assistito dai familiari. Pochi giorni dopo, l'8 agosto, è stato dimesso, contro il nostro parere, perché risultava in “condizioni generali buone”».

Dopo quasi due mesi, Magnolfi è così uscito dall'ospedale. «Lo abbiamo riportato a casa in ambulanza – riferisce la nipote – perché non riusciva a camminare. Stava ancora male, vomitava, aveva una raccolta ematica intorno alla ferita. Eravamo preoccupati, nel dramma: ci ripeteva che stava morendo, è stato uno strazio. Abbiamo deciso di chiamare a nostre spese un fisioterapista e uno psichiatra, perché in ospedale ci dicevano che non collaborava, che si era buttato giù, che era colpa della depressione. Secondo il fisiatra, nell'ambiente familiare si sarebbe ripreso».

Ma a detta dei familiari vomito e tremolio non se ne sono mai andati: «Abbiamo fatto su e giù in ospedale per capire come comportarci, avevamo paura che stessero sottovalutando il problema».

Dopo una decina di giorni – come si legge nell’esposto presentato dalla sorella e dal cognato di Magnolfi – è arrivata la febbre alta e i parenti hanno deciso di chiamare l'ambulanza e di riportarlo al pronto soccorso. Poco dopo è stato di nuovo operato in Chirurgia: «La protesi si era infettata, gliel’hanno tolta insieme alla parte di intestino coinvolto».

Siamo tra il 20 e il 21 agosto. «Il giorno del suo compleanno», ricorda con gli occhi lucidi la nipote: «È stato sotto i ferri per dieci ore, un'operazione difficile e delicata, che comunque è riuscita. Quando è uscito dalla sala operatoria ha avuto un infarto, ma si è ripreso un'altra volta. Lo hanno ricoverato in rianimazione, ma il primo agosto si è spento. Pesava 77 chili: quando è entrato in ospedale la prima volta ne pesava 104». Il giorno dell’addio la cartella clinica parla di «fistola alla protesi aorto-femorale, choc settico e choc emorragico, insufficienza multiorgano». Insomma, Magnolfi è lentamente collassato.

È stata la stessa Asl a richiedere l'esame autoptico. Un esame che però oggi è al centro della denuncia presentata in Procura dai familiari, difesi dall'avvocato Aldo Lopiano. Nell’esposto viene infatti riportato che all'esame «ha partecipato per i familiari il dottor Marcello Ermini che ha chiesto la sospensione fino all'intervento dell'autorità giudiziaria». «Quando ho capito di cosa si trattava, decesso per "infezione da klebsiella" – scrive lo stesso medico nella relazione allegata – ho invitato l'operatore a sospendere l'autopsia e avvertire la Procura». «I medici – riprende però poi l'esposto – hanno obiettato che, a loro avviso, il paziente era morto di morte naturale e quindi non avrebbero né interrotto l'esame né informato l'autorità».

I familiari hanno chiesto il sequestro delle cartelle cliniche. I vertici della Asl 6, contattati dal Tirreno, per ora hanno preferito non rilasciare dichiarazioni. Ora starà alle autorità competenti valutare.

«Riteniamo che a portare alla morte mio zio siano state le infezione prese in ospedale – ripete la nipote – e che le sue condizioni siano state sottovalutate, in una incomunicabilità generale tra i reparti. Ci siamo sentiti abbandonati. Chiediamo giustizia e che non accada più».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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