Il Tirreno

Livorno

L’EDITORIALE

Francesco, il cuore a Prato

di OMAR MONESTIER
Francesco, il cuore a Prato

Perché venire qui trent’anni dopo Wojtyla e non circoscrivere la visita a Firenze? La terra della multiculturalità, del lavoro, e dello sfruttamento del lavoro, delle file desolanti di capannoni disseminati nella suburbia: qui il Santo Padre ha voluto portare il suo messaggio

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Martedì primo impegno importante fuori Roma del pontefice dopo gli scandali sul furto di documenti e il polverone sul suo stato di salute. Francesco riprende l’itinerario di pastore con un appuntamento ufficiale, il convegno ecclesiastico nazionale, a Firenze, al quale ha voluto aggiungere, però, una deviazione, la visita a Prato.

So bene che l’attenzione sarà tutta su Firenze, sia per il ruolo della città che per la quantità e rilevanza di appuntamenti che il Papa avrà nell’arco della giornata. Essi rientrano, per così dire, in ciò che ci si aspetta che il capo della Chiesa faccia durante una visita: la messa allo stadio, il pranzo con i poveri, l’incontro con le autorità e la partecipazione al convegno che ha per tema la ricerca di un nuovo Umanesimo che ponga al centro Gesù Cristo. Un tema importante, più caro ai teologi che a quella umanità alla quale è abituato a parlare, senza intermediazioni, Francesco. Al Papa il menu fiorentino, pure così ricco, non è bastato. Mancava una cosa, piccina e fondamentale. Quel tratto che permetta di sottolineare qual è l’essenza del pontificato: la mancanza di ritualità fine a se stessa (che non significa allontanarsene in maniera eccentrica), l’accostamento al popolo dei credenti scavalcando e, perciò, isolando una parte delle gerarchie della Curia romana.

Cosa voleva dire Francesco con le sue recenti parole quando sosteneva che gli alti prelati che vivono come faraoni sono poco credibili quando chiedono ad altri di praticare la carità? E quando ammoniva i molti che utilizzano la religione per crearsi una carriera, ottenere posizioni di prestigio, procacciarsi denaro e potere? La nomina, a sorpresa, di vescovi di città importanti (Bologna, Palermo) vicini agli ultimi, materializza il ruolo che Francesco immagina per sé e per la Chiesa. Chiarisce che questo papato non si limiterà a denunciare i vizi d’Oltretevere, ma impiegherà ogni sua forza per cancellarli. A ciò si legano, probabilmente, i terremoti cui stiamo assistendo, dagli arresti in Vaticano alla pubblicazione di notizie sulla sua salute, negli stessi giorni o a ridosso di un incontro cruciale come il sinodo mondiale sulla famiglia.

Ecco, dunque, spuntare Prato. Perché Prato, trent’anni dopo Wojtyla? La risposta sta tutta in un numero: 116. 116 sono le nazionalità che sono censite a Prato. Si fa presto a dire pratesi e cinesi. C’è molto di più, anche se è vero che la comunità che proviene dalla regione dello Zhejiang è la più numerosa. Prato è un composto di colori e di suoni che non trova eguali in Italia anche per la sua commistione fra etnie e fabbrica tessile. La crescita, la caduta e la difficile risalita del comparto ne fanno un microcosmo interessante, assai lontano dagli stereotipi sulla multiculturalità. La scuola, il Comune, le imprese: qui tutto è differente. Nel bene e nel male. Quando ha deciso di portare la sua testimonianza di uomo di Dio fino a Prato, Francesco conosceva bene sia il modello di integrazione, comprese le sue mille difficoltà, sia il processo di disgregazione economica che la pesante crisi industriale ha prodotto. Prato, dunque. Per la sua capacità di immaginarsi come un luogo dove minoranze che arrivano a contare fino a un quinto della popolazione residente continuano a fondersi e a respingersi in un continuo via vai di nuovi flussi, di rimpatri e di seconde e terze generazioni che parlano con la “c” aspirata come neanche a Firenze.

Prato, ancora. Per quelle file desolanti di capannoni disseminati nella suburbia. Brutti e sporchi nei quali tanta gente viene pressata e sfruttata fino a morirne. Di stenti. Nel fuoco. Cinesi e pratesi bravissimi a creare ricchezza e spietatamente alleati nello sfruttamento dei deboli. Questa immagine vuol fotografare e ritrasmettere a tutti noi Papa Francesco per il diritto di tutti a un lavoro dignitoso e pagato adeguatamente. Il lavoro, il lavoro. Lo ha ribadito anche ieri incontrando i dipendenti dell’Inps: basta sfruttamento, basta lavoro nero, basta lavoro a intermittenza.

Immaginare di aver capito quel che pensa un Papa è assai pericoloso. Non è il senso di questo articolo. L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino ha imparato sulla sua pelle che col Papa non si scherza.

Non credo tuttavia che sia azzardato immaginare che il pontefice che vedremo a Prato, in quelle due orette striminzite e di buon mattino, sia quel pastore vicino all’idea primigenia di Cristianità così cara a Bergoglio. Quella che cerca la sua gente nei luoghi in cui ce n’è più bisogno, a Prato appunto, e non cerca rifugio nelle magioni lussuose di certi cardinali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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