Il Tirreno

Livorno

Derubati dalla finta invalida: «Così ha svaligiato il negozio»

di Federico Lazzotti
Il proprietario del negozio Stefano Nieri
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Il proprietario del negozio Stefano Nieri

Livorno, i proprietari di nella boutique in via Gazzarrini: «Fingeva di essere sordomuta e urlava, una complice l’ha aiutata»

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LIVORNO. Nella mente e soprattutto nei timpani dei proprietari del negozio di abbigliamento in via Gazzarrini, svaligiato venerdì 30 ottobre per circa 500 euro di merce, sono rimaste le urla di quella ragazza «esile, con i capelli neri raccolti», che è comparsa in mattinata davanti a loro facendo credere di essere sordomuta e di volere non si sa bene quale informazione.

«Era tutta una messa in scena - racconta il giorno dopo Stefano Nieri, titolare con la moglie dell’attività commerciale dalla metà degli anni Ottanta - ma all’inizio non ci abbiamo dato molta importanza. Ore dopo, quando abbiamo scoperto il furto, abbiamo pensato che il ladro fosse entrato durante la pausa pranzo. È quello che abbiamo detto anche alla polizia che ha raccolto la denuncia. Poi riflettendoci abbiamo ricostruito la mattinata e ci siamo accorti che sarebbe stato impossibile: per alzare la saracinesca servono almeno due persone e noi eravamo dentro, quindi ce ne saremo accorti. Inoltre la saracinesca poco dopo l’abbiamo trovata chiusa».

Ecco allora che ripassando quello che era avvenuto in negozio è tornata in mente la «ragazza che fingeva di essere invalida». «Prima di tutto ci siamo ricordati che poco prima che entrasse, abbiamo notato una cliente che guardava insistentemente gli espositori dove teniamo i reggiseni e i completini intimi». Poco dopo ecco comparire un’altra giovane donna. La descrizione la fa la moglie del titolare: «Alta circa un metro e sassantatre, tratti caucasici, capelli neri lunghi tenuti legati da una coda e occhiali da vista. Ma soprattutto - ricorda - nessun apparecchio acustico». Ma questo particolare non secondario i proprietari in un primo momento non lo hanno notato.

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Per capire come la donna sia riuscita ad aggirare i titolari, è necessario farsi descrivere la disposizione del negozio. «Il locale è diviso dall’ufficio da una specie di separé. Ecco, quella ragazza si è piazzata proprio in quella zona, impedendoci di vedere cosa accadesse dall’altra parte». Un piano che secondo la coppia è stato studiato a tavolino e potrebbe essere ripetuto. «Urlava - ricordano - frasi sconclusionate e si muoveva davanti a noi. Mia moglie - insiste Nieri - a un certo punto ha anche provato a darle un foglio e una penna affinché scrivesse che cosa voleva. Ma invece di scrivere ha continuato a urlare. Secondo noi quello era il segnale per la complice che era dall’altra parte e che poteva agire indisturbata».

Una sceneggiata talmente insistita che a un certo punto i proprietari le hanno chiesto gentilmente di uscire dal negozio. «Solo dopo ci siamo accorti del furto: una cinquantina di boxer di Calvin Klein spariti. Poi la sera quando abbiamo chiuso il negozio e abbiamo ritrovato le crucce a una cinquantina di metri dall’ingresso, gettate in mezzo al parcheggio».

Il messaggio che Stefano Nieri e sua moglie vogliono far passare è semplice. «Noi siamo sprovvisti di telecamere e sistemi di allarme, ma ora ci adegueremo. Quello che dispiace di più è essere stati raggirati da una persona che sfrutta una falsa invalidità. Una brutta cosa soprattutto per rispetto di chi, invece, è realmente disabile e tutti i giorni lotta per avere un’esistenza il più normale possibile. Ecco perché ai nostri colleghi diciamo di stare attenti a chi entra, e soprattutto a quello che fa».

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