Gioco
L’attacco delle difese «Processo politico contro l’ex Caserma»
Gli avvocati dei 22 imputati chiedono la piena assoluzione «Prove costruite e false, gli agenti sono testi inattendibili»
LIVORNO. «Un processo politico costruito per colpire gli appartenenti all’ex Caserma». E ancora, sui testimoni, in particolare gli agenti della Digos: «sinceri ma inattendibili» perché «hanno preparato a tavolino le loro testimonianze» anche attraverso «atti non depositati, non acquisiti, ma creando suggestione che hanno partorito un mostro». Poi per quello che concerne le prove portate a dibattimento «sono costruite attraverso un sistema teatrale», tanto da non «essere valide».
Infine sulle responsabilità durante i tre giorni di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, conclusi con l’assalto alla Prefettura del 2 dicembre 2012: «Si tratta di episodi slegati dove non sono emerse responsabilità personali ma un comportamento illegittimo di polizia e carabinieri che ha innescato la reazione della città» con una manifestazione non autorizzata che nel finale «per pochi minuti, è sfuggita di mano a chi l’aveva organizzata». E le richieste di condanna del pubblico ministero? «Esagerate» tanto da chiedere, in conclusione, «l’assoluzione di tutti gli imputati perché il fatto non sussiste o non costituisce reato».
È un attacco a trencentosessanta gradi quello che i quattro avvocati difensori fanno a tutto l’impianto accusatorio dentro al quale sono finite a processo 22 persone che ora devono rispondere a vario titolo di violenza, minacce, resistenza aggravata, lesioni, danneggiamenti, oltraggio a pubblico ufficiale e radunata sediziosa.
«La misura di quello che è successo - sintetizzano uno dopo l’altro gli avvocati Tiziano Checcoli e Silvia Davini, difensori della stragrande maggioranza degli imputati - devono essere spogliate del patos e ricondotte alla realtà: 1500 euro di danni alla facciata della Prefettura che non si è costituita, attraverso il ministero, parte civile e alcuni agenti feriti». Una ricostruzione che se fosse accolta dalla Corte ridurrebbe i reati contestati al danneggiamento aggravato e alle lesioni, spazzando via tutte le altre contestazioni.
Per sapere che cosa deciderà il Tribunale, sarà però necessario aspettare venti giorni. Ieri mattina, infatti, davanti a una settantina di persone che hanno partecipato al sit-in di solidarietà nei confronti degli imputati, dopo le arringhe dei quattro avvocati (oltre a Checcoli e Davini ci sono Carmen Licata e Sauro Poli), il presidente ha deciso di rinviare al 19 novembre le repliche del pm e la camera di consiglio.
Il primo giorno
Comincia dalla sera del 30 novembre 2012 al Terminal Crociere per il comizio di PierluigiBersani, allora in lizza per la segreteria del Pd, la ricostruzione dei difensori per dimostrare che «i tre giorni sono slegati l’uno dall’altro e che quella sera le forze dell’ordine hanno tenuto comportamenti illegittimi».
Spiega l’avvocato Checcoli: «nella ricostruzione l’accusa sostiene che il dibattito era riservato agli iscritti del Pd. Dirlo è una falsità. Il servizio d'ordine Pd decideva chi gradivano e chi no. Una volta che Pd aveva deciso lo diceva alla Digos che attuava».
Quella sera - va avanti - «i primi a spingere sono stati i poliziotti, i manifestanti chiedevano: perché non possiamo entrare. Alla richiesta c’è stata una spinta. Eppure a differenza di quello che hanno detto gli agenti venuti a testimoniare i manifestanti hanno cheisto più volte di poter entrare. È in quel momento che è arrivata la manganellata» che innesca la reazione e la bandierata (di cui è accusato Giovanni Ceraolo ndr) che colpisce un ispettore «che ha avuto tre giorni di prognosi per una escoriazione».
Il secondo giorno
È uscendo dal Terminal e tornando a casa che sui social e via messaggio la ventina di ragazzi «decide di dire alla città cosa è successo: il Pd non fa entrare al dibattito, e organizza il sit in del giorno dopo in piazza Cavour.
«Il problema di ordine pubblico - spiega l’avvocato Checcoli - non esiste. I manifestanti sono in piazza Cavour in totale tranquillità. Sono in zona pedonale, perché vengono bloccati? La situazione è surreale: persone che fanno compere, tutto si muove normalmente e la carica parte senza motivo. Nell'istruttoria si cerca di dare delle giustificazioni: arrivano calci da sotto, arretravano sottraendosi all’identificazione. Non partano lamperogeni. Ma quando parte la carica a freddo nessuno fa niente: scappano tutti perché non erano armanti e scappano a lungo». In questo caso tra i manifestanti viene ferita da un agente Palmina Federico che in quel momento passeggiava con il compagno e era fermata poco prima perché aveva visto tra i manifestanti il figlio. È dal suo ferimento e dal comportamento delle forze del’ordine che «nasce il corteo del giorno successivo» guidato da Ceraolo.
«Contro il mio assistito considerato anche il responsabile morale di ciò che è avvenuto - conclude l’avvocato Davini - le accuse sono state cucite addosso come un bel vestitino». E ancora: «Ceraolo in questo capo d'imputazione è come le spezie nel sugo, serve per dare un aroma. Ceraolo non fa niente di materiale, nessuna condotta del reato che gli viene contestato. Cosa fa per essere concorrente morale? Istiga? Come si fa a dire che lui ha dato il segnale? Dov'è preordinazione a tavolino? Il processo ha provato che la situazione è sfuggita di mano a causa di una azione estemporanea di un piccolo gruppo di persone.
La solidarietà agli imputati
Ieri durante il presidio di solidarietà per gli imputati è stato appeso davanti al Tribunale uno striscione: “Le lotte sociali non si processano! Livorno non si piega”. "La richiesta di condanna del pm stata molto pesante - dicono gli attivisti - 38 anni totali di carcere per gli imputati e due sole richieste di assoluzione. Non possiamo che contestare totalmente la strumentalità di queste richieste di condanna: un tentativo chiaro di criminalizzare un'intera area politica».
La richiesta più alta, 3 anni e 4 mesi, è proprio per Ceraolo. «Evidente che le pesanti richieste di condanna - spiega Angelo Fascetti, dell'esecutivo nazionale Asia/Usb - si inseriscono in un contesto più ampio, teso a reprimere il conflitto sociale nel nostro Paese e causato dal continuo attacco ai diritti, a partire dalla casa e dal lavoro. Sosteniamo Giovanni e tutti gli altri attivisti, augurandoci, come avvenuto per Erri De Luca, che cadano i soliti teoremi e prevalga la giustizia».
@fedelazzotti
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