Il Tirreno

Livorno

«Il tempo parziale è in grande aumento: conviene alle aziende»

di Giovanna Mezzana
«Il tempo parziale è in grande aumento: conviene alle aziende»

Quiriconi (Cgil): «Ci sono deformazioni e casi preoccupanti, in certi settori viene imposto solo questo tipo di contratto»

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Prima era una chance, ora è un prendere o lasciare (opzione per i 63enni a parte). C’era una volta l’impiegata del Comune che chiedeva il part time per non trascurare marito e figli. C’era una volta la commessa, l’insegnante, la segretaria dello studio notarile, l’operaia tessile che lo chiedeva e difficilmente lo otteneva. Chimera per molte donne, il part time garantiva una busta paga più leggera ma sempre dignitosa in cambio di più tempo libero.

Sopravvissuto a riforme e jobs act, questo tipo di contratto è diventato un’altra cosa. Ce lo conferma Daniele Quiriconi, responsabile del dipartimento mercato del lavoro e attività produttive della Cgil regionale.

Quanto è diffuso in Toscana il contratto part time?

«Su 700.000 nuovi e complessivi avviamenti al lavoro nel 2014, 190.000 sono stati avviamenti part time, quindi tale formula rappresenta poco meno del 30 per cento del totale dei nuovi contratti».

I contratti a tempo parziale dunque aumentano?

«Crescono, senza dubbio. In Toscana nel 2014 rispetto al 2013 sono cresciuti del 16,5%; nel 2015 del 20%, anche se il dato è parziale ed è riferito ai primi otto mesi dell'anno. Il part time lievita, ma è involontario, non è più frutto di una contrattazione tra azienda e lavoratore».

In quali settori viene utilizzato maggiormente?

«Sia la grande distribuzione che tutte le catene di fast food che stanno aprendo anche in Toscana offrono contratti part time, magari a tempo indeterminato ma a 18 ore settimanali. Finisce che nel commercio, nei servizi, nel trasporto, nel lavoro di cura è l’unico tipo di contratto che si trova».

Part time, dunque, forzati?

«Sì, con casi anche estremi. Contratti a tempo indeterminato sì, ma part time, e di un’ora la settimana, ad esempio nel lavoro di cura. E questo accade nonostante l’aumento boom del ricorso ai voucher; sono cinque milioni quelli venduti in Toscana nei primi otto mesi dell’anno, e un fenomeno invece avrebbe dovuto escludere l’altro, visto che il voucher è un titolo di pagamento orario».

Casi estremi a parte, qual è il contratto-tipo più diffuso a tempo parziale?

«Diciotto/venti ore settimanali».

Per uno stipendio mensile di...?

«Quattrocento euro, cinquecento quando va bene»

Ci sono lavoratori che chiedono una riduzione dell’orario e non la ottengono?

«Il part time volontario, cioè richiesto dal lavoratore e concesso dall’azienda, rappresenta il 2% del totale, una quota assai marginale».

Quando sono i dipendenti a voler passare al part time i datori di lavoro danno però il benestare malvolentieri: è vero o no?

«Ci sono settori in cui il part time è storicamente concesso controvoglia: nel manifatturiero e in genere nelle piccole aziende».

Per una questione di costi? Due part time costano più di un full time?

«Per una questione organizzativa. Se ho venti dipendenti di cui dieci in produzione e uno di loro chiede il part time, mi costringe a rivedere tutta l’organizzazione. Nel pubblico impiego invece ci sono sempre state meno resistenze».

Guardando alla pensione, che impatto ha il contratto a tempo parziale sul fronte della contribuzione?

«I contributi versati sono proporzionali alla retribuzione. Chi ha un part time verticale e lavora sei mesi l'anno avrà una pensione da fame, ma anche chi ha un part time orizzontale e lavora 18-20 ore alla settimana avrà una pensione su cui non potrà vivere».

A un lavoratore part time da 18-20 ore settimanali si prospetta una pensione di quale entità?

«Avrà una pensione da meno di 300 euro al mese, ecco perché chiediamo di intervenire sulla Legge Fornero. Oggi abbiamo lavoratori poveri, domani avremo anche pensionati poveri».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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