Il Tirreno

Livorno

In pochi pagano la Tari sos per le casse comunali

Ad oggi dalla seconda rata sono stati incassati solo 6 milioni (meno della metà) E l’amministrazione pensa di inviare ingiunzioni di pagamento alle “sue” aziende

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Quando il 16 settembre è scaduto il termine per pagare la seconda rata della Tari, nelle casse del Comune è arrivata quasi la metà di quanto previsto. Tradotto: moltissimi livornesi non stanno pagando la tassa sui rifiuti. Tanto che – se nel frattempo non ci sarà un boom di ravvedimenti operosi o il trend non diventerà improvvisamente positivo con il pagamento della terza rata (che scadrà il 16 novembre) – Palazzo Civico potrebbe trovarsi a chiudere l’anno con un buco, solo per la Tari, di oltre 10 milioni di euro.

A metterlo nero su bianco sono gli stessi vertici del dipartimento programmazione economico-finanziaria del Comune, in un delicato rapporto sugli equilibri di cassa dell’ente che è stato consegnato pochi giorni fa (il 13 ottobre) al sindaco Nogarin, all’assessore al bilancio, al segretario generale e ai revisori dei conti.

Il quadro descritto non è dei migliori. All’inizio viene ricordato a fine settembre la giunta «ha disposto un parziale blocco degli impegni di spesa, legato alla crisi di liquidità dell’ente». E viene chiesto di prendere in fretta provvedimenti per partite che non possono essere rimandate, come i 9,8 milioni di euro che il Comune, da contratto di servizio, deve versare entro il 31 ottobre all’Aamps (che ha sua volta deve pagare fornitori e stipendi, per evitare il servizio vada a gambe all’aria).

Si scopre così che «il 16 settembre era in scadenza la seconda rata del tributo Tari, il cui incasso totale, a oggi, è pari a circa 23,3 milioni di euro, a fronte di una previsione di bilancio di 39,2 milioni di euro». «Tenuto conto che l’incasso della seconda rata è momentaneamente fermo a 6 milioni circa – si legge così nel rapporto – effettuando una proiezione al 31 dicembre, sembrerebbe delinearsi un deficit per le casse comunali, solo per questa tipologia di tributo, di ulteriori 10,6 milioni, che andranno ad aggiungersi alle somme residue relative agli anni 2013 e 2014, per un totale complessivo stimato in oltre 24 milioni».

La prima rata della Tari è scaduta il 18 maggio, mentre entro il 16 giugno chi ha voluto ha potuto pagare l’intera somma dovuta in un’unica soluzione. A conti fatti, questa prima tranche ha portato nelle casse del Comune circa 17 milioni di euro, mentre dal pagamento della seconda rata per ora ne sono arrivati solo sei (quasi la metà di quanto previsto). Ieri è scaduta la possibilità, per i livornesi, di fare il ravvedimento operoso con una sanzione ridotta, del 3%: da oggi quella possibilità resta valida, ma con la stangata. Per capire in quanti hanno pagato in ritardo la seconda rata, ma hanno comunque pagato, ci vorranno ancora una decina di giorni. Intanto sta di fatto che il trend negativissimo preoccupa gli addetti ai lavori. E non poco.

Anche perché il quadro non è dei migliori. Due giorni fa, in consiglio comunale, il sindaco Nogarin ha puntato il dito contro i mancati trasferimenti da Asl, governo e Regione («siamo stati costretti a ripetute anticipazioni di cassa, nei giorni scorsi abbiamo sfiorato i 100 milioni di euro di crediti...»). Oggi si scopre che il Comune, per la prima volta, sta pensando di fare ingiunzioni fiscali nei confronti delle sue stesse aziende.

«Sul versante della riscossione dei crediti – c’è scritto infatti nella seconda pagina del rapporto – una delle cause della seria crisi di liquidità dell’ente è rappresentata dalle mancate riscossioni dei canoni di concessione del patrimonio comunale da parte delle nostre società». Fra canone di “affitto” delle reti dell’acqua e vari canoni di tipo patrimoniale, al 30 settembre il Comune doveva ancora riscuotere 5.218.325 euro dall’Asa, 1.366.886 euro da Casalp, 7.505.675 dalla Liri e 790.884 da FarmaLi, per un totale di quasi 15 milioni di euro.

Quindi, si legge nero su bianco nel rapporto a firma del dirigente del dipartimento programmazione economico-finanziaria, «sarà nostra cura, in collaborazione con il settore entrate, intraprendere nostro malgrado le stesse misure di recupero coattivo già adottate con altri creditori, al fine della salvaguardia del credito, degli equilibri del bilancio e del pubblico interesse...».

L’obiettivo è ovviamente chiudere la cassa il 31 dicembre con un saldo positivo. Stando all’analisi degli uffici, se si tolgono le spse obbligatorie (ad esempio il pagamento degli stipendi dei dipendenti), negli ultimi mesi dell’anno l’amministrazione potrà spendere al massimo 25 milioni di euro. Ma dentro ci dovranno stare la fattura dell’ultimo quadrimestre di Aamps (9,8 milioni), i 2,087 milioni che è stato deciso di dare all’azienda come aumento di capitale, i contributi necessari per far vivere la Fondazione Goldoni e il Mascagni, «fermi nei pagamenti al primo trimestre, per un importo di 1,4 milioni».

Juna Goti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Toscana

Camaiore, addio a Giuseppe Vecoli: conosciuto commerciante con la passione per le moto

di Roy Lepore