Gioco
Quei dubbi degli inquirenti sui tanti milioni spesi a Livorno
Il Grand Hotel Palazzo al centro delle indagini che hanno travolto l’imprenditore Andrea Bulgarella
LIVORNO. Il “Grande Hotel Palazzo”, simbolo della (apparente) rinascita di Livorno e in particolare del suo lungomare nei primi anni Duemila, rischia di trasformarsi nel cattivo esempio di come i soldi sporchi della mafia possano essere lavati, stirati e rimessi sul mercato creando lavoro, consenso e guadagni apparentemente puliti. Non a caso, proprio dalle finestre che si affacciano sui bagni Pancaldi, tra piazza Modigliani e il viale Italia, è partita nel 2013 l’inchiesta dei Ros di Livorno che ha dato origine alla maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e alle perquisizioni avvenute ieri.
La prima domanda che i carabinieri si sono fatti guardando una volta lo splendore dell’immobile che ha folgorato Jovanotti e Ligabue, e un’altra i conti delle società che aveva eseguito la ristrutturazione, è stata semplice: con quale denaro l’imprenditore Andrea Bulgarella e i suoi fedeli collaboratori riescono a rimettere a nuovo alberghi di lusso in mezza Italia nonostante le società a cui fanno riferimento siano sempre sul filo del pareggio di bilancio per non dire in rosso?
È da qui che sono iniziati gli accertamenti, in particolare su quei 37 milioni spesi dallo stesso Bulgarella nel 2004 per acquistare e poi rimettere in piedi un hotel allora abbandonato ma che nell’album dei clienti illustri annovera il re Umberto e la regina Margherita, lo statista Giovanni Giolitti, Guglielmo Marconi e il mitico pilota Tazio Nuvolari. Accertamenti fiscali dai quali sono emerse evidentemente delle presunte irregolarità che hanno spinto i Ros a girare tutto l’incartamento dell’indagine a Firenze tanto che ora, tra gli indagati, spunta anche Salvatore Bosco, 53 anni, uno dei responsabili del cantiere sul viale Italia.
Raccontava l’imprenditore di origini trapanesi a pochi mesi dall’inaugurazione dell’hotel guardando dall’ultimo piano dell’albergo le isole di Gogona e Capraia che si stagliavano all’orizzonte: «Sarà che a Livorno comandano i poteri forti che si guardano bene dal dare spazio a intrusi come me. Sarà che questa è una città che non sa sfruttare la sua vocazione turistica e come una bella donna non sa riconoscere la sua bellezza». Alla bruttezza, se esiste, ci penserà la Giustizia.
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