Gioco
Domenici innocente «Ma in Comune regna il malcostume»
L’allora dirigente municipale assolto dall’accusa di aver favorito in cambio di una tangente una società in cui aveva delle quote
LIVORNO. Se l’ingegner Paolo Domenici, 75 anni, per una vita dirigente comunale (responsabile dell’ufficio edilizia privata e poi membro del consiglio di amministrazione della Porta Medicea srl), esce indenne dal processo nel quale era imputato con l’accusa di corruzione in concorso e falso in atto pubblico, lo stesso non si può dire per il “sistema appalti” del Comune di Livorno, almeno tra il 2004 e il 2009, periodo oggetto dell’indagine della Finanza.
Gli uffici che si occupavano di gare e affidamenti sono infatti descritti dai giudici nella sentenza depositata in cancelleria a fine settembre, come un luogo in cui «regna il malcostume nella gestione della cosa pubblica».
Un’affermazione tanto forte quanto sinistra, soprattutto per le possibili conseguenze che certi comportamenti possano aver generato nel corso del tempo.
Ma i giudici, nella premessa al termine delle quale il primo aprile scorso hanno assolto con formula piena sia Domenici che si altri due imprenditori finiti a processo, Roberto Alfatti, 46 anni, legale rappresentante della Fashion Light srl, e Piero Lorenzini, 77 anni, socio della medesima società, vanno oltre e analizzano il contorno dentro al quale la vicenda si è dipanata.
«Esaminando il compendio istruttorio che consta di numerose testimonianze, dell’esame degli imputati, e di una notevole mole di prove documentali - si legge - occorre discernere nell’ambito di un’ampia vicenda che indubbiamente tratteggia un inquietante quadro di diffuso malcostume nell’attività di gestione della cosa pubblica, nel caso di specie appunto dei lavori gestiti dal Comune di Livorno».
Un sistema viscoso e malato, dunque, fatto di tante ombre e «connotato - è la ricostruzione - da intese e disinvolti collegamenti tra funzionari e dirigenti pubblici e imprenditori nell’ottica di interessi comuni».
Un mondo clientelare, dunque, che avrebbe segnato il rapporto tra pubblico e privato sovrapponendo gli interessi degli uni a quelli degli altri fino a farne una cosa sola.
Tutto questo - continuano - «da prassi, in deroga a norme di legge, nonché da un atteggiamento di generale superficialità più o meno voluta nell’assolvimento delle proprie mansioni».
La premessa
Per capire il motivo delle affermazioni dei giudici, è bene ripercorrere la vicenda che ha visto protagonista Paolo Domenici, a cominciare dalle contestazioni che hanno portato a un processo lungo una trentina di udienze e prima ancora all’arresto del dirigente.
Sì, perché nonostante la piena assoluzione dell’ingegnere qualche ombra, almeno sulla questione morale del pubblico ufficiale resta. «Non può sottacersi - scrivono ancora i magistrati - che la partecipazione da parte di un funzionario pubblico a una società privata costituisca indubbiamente una scelta connotata da una certa spregiudicatezza, sintomo a sua volta di un clima di radicato e diffuso malcostume».
Ma gli stessi giudici spiegano come «occorra distinguere tra condotte censurabili da un punto di vista dell’opportunità in quanto poste in essere da un dirigente pubblico nell’esercizio delle sue funzioni e condotte integranti illeciti penali».
Secondo l’accusa, Domenici avrebbe affidato direttamente, attraverso tre delibere, alla società Fashion Light l’appalto per l’installazione di pali ornamentali in Venezia e sul viale Italia nella qualità di dirigente pubblico e successivamente come membro del cda di Porta Medicea (in questo caso però non nelle vesti di pubblico ufficiale poiché la Srl è risultata di natura privatistica).
Operazioni, le prime, per un importo complessivo di circa 440.000 euro. Peccato che lo stesso ingegnere avesse, attraverso una secondo società fiduciaria, la Sirefid spa, il 20% delle quote delle Fashion Light. E qui si arriva - secondo l’accusa - alla presunta tangente di 110.000 euro versata da Lorenzini in 8 assegni da 12.500 euro sul conto dei familiari di Domenici.
«È emerso - spiegano i giudici - che la Fashion Light prima della partecipazione al suo capitale sociale da parte del Domenici non avesse stipulato alcun contratto con il Comune di Livorno».
E fin qui i sospetti, che però il dibattimento ha spazzato via dalla possibilità che si tramutassero in responsabilità penali, a cominciare dalla scelta di affidare direttamente l’appalto invece di organizzare una gara pubblica.
Nessun accordo corruttivo
«Contrariamente a quanto riferito dai testi della polizia giudiziaria - chiariscono i giudici - come si evince dal tenore letterale delle delibere stesse che fa chiara menzione della sola installazione di pali ornamentali, è emerso che il caso di specie non riguardava un caso di appalto di lavori bensì di fornitura di merci», una differenza sostanziale che cambia anche la legislazione da seguire.
«Per le pubbliche forniture il cui valore al netto dell’Iva e degli oneri aggiuntivi è inferiore a 200mila euro - è la precisazione - si poteva procedere a trattativa privata».
Un passaggio che azzera parte delle contestazioni visto che le tre disposizioni dirigenziali firmate da Domenici tra il 2004 e il 2006 erano appunto sotto la cifra massima consentita dalla legge.
«Ma il vero punto dubbio nell’assegnazione dei lavori - fanno notare i magistrati - risiede semmai nella circostanza che il Comune all’origine sia con riguardo ai pali ornamentali sul viale Italia sia per le forniture successive, abbia da subito individuato proprio il palo prodotto dalla Fashion Light senza che sia mai stato fatto uno studio tecnico di settore o un’indagine di mercato da cui risultasse che fosse proprio quello il prodotto più adatto e conveniente per le esigenze del Comune».
Un acquisto al buio, dunque, ma senza l’ombra dell’accordo corruttivo ipotizzato dal pubblico ministero Massimo Mannucci. «L’istruttoria - è la pietra tombale sulle accuse - non ha fornito la prova né l’accordo corruttivo tra Domenici, Alfatti e Lorenzini».
La difesa sgretola l’accusa
Resta da chiarire la natura dei 110mila euro versati da Lorenzini ai familiari di Domenici. Spiegano i giudici: «l’impostazione accusatoria è stata sgretolata dalle prove fornite dalla difesa».
Come? «La somma di 190mila (e non 110mila) ricevuta dall’ingegnere - spiegano era il risultato del rapporto privatistico sorto con la sottoscrizione della scrittura privata denominata “Atto di riconoscimento del debito”», in particolare un affare immobiliare tra il padre del Domenici e il Lorenzini che non si era poi concretizzato. A questa versione fornita dai difensori dell’imputato, i giudici hanno trovato diverse conferme nel dibattimento.
Tanto da concludere che: «la spiegazione fornita dalla difesa circa gli assegni emessi dal Lorenzini in favore di Domenici, ha pertanto confutato l’originario teorema accusatorio secondo il quale gli assegni avrebbero rappresentato il corrispettivo dell’accordo corruttivo»
@fedelazzotti
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