Il Tirreno

Livorno

L’ex ambulatorio occupato da 20 giorni

di Riccardo Rimondi
L’ex ambulatorio occupato da 20 giorni

Diciassette persone, tra cui sei bimbi, hanno trovato alloggio nella struttura di via San Gaetano abbandonata da due anni

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LIVORNO. «Posso accettare di vivere in questa situazione, ma non di farmi portare via i miei bambini. Loro sono la mia ricchezza». La sintesi è dell’ultima arrivata, l’unica non livornese del gruppo. Una signora albanese che si è trasferita in Italia dall’Albania nel 2007, l’anno prima dello scoppio di una crisi che non poteva immaginare profonda abbastanza da toglierle la casa e metterla in mezzo alla strada, insieme al marito cuoco e a due figli, uno di sei anni e l’altro di 20 mesi. E invece ha appena fatto il trasloco da un appartamento a una struttura abbandonata.

Ma in quelle parole si possono riconoscere tutti, tra i 17 occupanti dell’ex centro di neuropsichiatria infantile dell’Asl in via San Gaetano. Uno stabile chiuso circa due anni fa, come il parco ausili che si trovava a sua volta qui. L’Asl ha già fatto le denunce di prassi, in questi casi. Ora starà all’autorità giudiziaria decidere se e come intervenire.

La paura di conseguenze non ha fermato queste otto famiglie, che il 13 settembre sono entrate e hanno iniziato a sistemare le loro cose nelle stanze rimaste vuote. Nel gruppo di 17 persone ci sono anche sei bambini, con età che vanno dai 20 mesi ai dieci anni. E non avevano altro modo per assicurare a loro e a sé stessi un tetto sulla testa. Si tratta di disoccupati, persone che hanno perso il lavoro da mesi o da anni.

Questo particolare condominio è un ex ambulatorio, ma camminando per i suoi corridoi si ripercorre anche la storia economica recente di questa città. E si vedono le facce che stanno dietro a formule come “crisi dell’edilizia”, “chiusura della Trw”, “aumento della disoccupazione”. Gli ultimi anni, quelli del lavoro perso, dell'affitto sempre più difficile da pagare, degli sfratti per morosità incolpevole che evitano denunce penali ma buttano comunque in mezzo a una strada presentano il conto.

Non hanno avuto nemmeno bisogno di forzare il portone d’ingresso, le madri e i padri che hanno occupato lo stabile fatiscente e a pezzi: era già aperto, sostengono, accessibile a chiunque. Gli interni erano in totale degrado e abbandono, come d’altra parte il giardino sul retro. Fuori, sedie a rotelle abbandonate, rifiuti e anche - assicurano gli occupanti - alcune siringhe. Dentro altra immondizia, apparecchiature lasciate a sé stesse, vecchi registri.

Hanno pulito e hanno portato dentro i loro averi: materassi, coperte, fornellini da campeggio. A ciascuna famiglia è andata una stanza. Non si tratta di alloggi confortevoli, ma almeno un tetto sulla testa c'è, così come la luce e l'acqua che non sono state staccate in questi due anni. La cucina è in comune, così come il bagno.

La scelta di occupare, per le persone che da tre settimane vivono qui, è stata obbligata, sostengono. Per l’impossibilità di pagare l’affitto, per le difficoltà ad avere gli alloggi popolari, per la necessità di tenere insieme la famiglia, nonostante le tempeste di questi anni: «Io sono sfrattata dal 2012 - racconta una donna - ho cambiato casa una volta alla settimana, traslocando a volte dai genitori e altre dagli amici. Non mi va che i miei figli diventino dei pacchi postali».

C'è lo sconforto e la stanchezza di chi, a neanche quarant'anni, ha dovuto chiudere la sua impresa edile, mandare a casa due dipendenti e prendersi una stanza abbandonata da due anni insieme al figlio di dieci anni.

Tra gli occupanti ci sono persone come Sara, 37 anni, che ha due bambini di dieci e di quattro. La sua figlia più grande ha già deciso che lavoro fare: quando sarà adulta diventerà giudice giudice al tribunale dei minori.

Diciassette persone, spinte dalla disperazione a occupare una struttura che l'Asl ha quasi completamente abbandonato da anni (sopravvive il centro diurno per disabili e, lì vicino, Villa Porcelli.

Nessuno, in realtà, spera di rimanere qui a lungo. Tutti sano che questa non è una sistemazione ottimale, che è dettata dall’emergenza, che quando comincerà a fare freddo diventerà anche problematica da sostenere.

Per questo, fanno appello alle autorità, in particolare all’amministrazione comunale, per trovare una soluzione migliore: «Tutti sanno che siamo qui dentro, ma nessuno ci ha dato la possibilità di aprire un confronto. Chiediamo un incontro, possibilmente con l'assessora al sociale Ina Dhimgjini».

Per vedere se è possibile trovare una casa vera, una sistemazione più dignitosa di un vecchio ambulatorio fatiscente, circondato dall'immondizia di anni di incuria.

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