Gioco
L’occasione per aprirci al mondo
Come possiamo scoprire che siamo attrattivi. E senz'altro armamentario che un microfono una poltroncina e un po' di sedie sotto un tendone, grado zero dello show. Solo qualcuno che abbia idee e le sappia raccontare.
di MAURO ZUCCHELLI
Noi livornesi ci sentiamo un'isola rispetto al mondo: paradossalmente il ghetto di noi stessi nell'unica città che non ha mai rinchiuso gli ebrei nel ghetto e nel porto più orientato all'export verso l'Oltre Atlantico. Cosa dimostra il festival della satira? Non solo che Livorno può sembrare Zurigo: in centinaia sotto un tendone ad ascoltare in silenzio una conferenza che parte in orario, talvolta su argomenti glamour-simpatici e talvolta invece su dotte questioni intellettuali. Di più: possiamo scoprire che siamo attrattivi. E senz'altro armamentario che un microfono, una poltroncina e un po' di sedie sotto un tendone, grado zero dello show. Soloqualcuno che abbia idee e le sappia raccontare.
Possiamo esserlo perché in realtà la città – che mai recluterebbe il proprio centravanti a patto che sia nato fra Antignano e l'Ovosodo – l'ha smessa di cercare solo il proprio ombelico: si è affidata a un fuoriclasse (milanese) come Stefano Bartezzaghi e al suo team. Poi la sorpresa è stata scoprire che questa creatura aveva radici anche livornesi: non solo fra i promotori (Fondazione Livorno in tandem col Comune) ma anche nei 130 volontari e soprattutto in un pubblico straordinario per numero e per compostezza.
Il format del festival culturale approda per ultimo qui da noi. Ma con una novità rispetto allo standard: altrove si tratta di una formula impacchettata che sbarca in un territorio e ci sono poche ragioni perché non potrebbe essere Modena a occuparsi di economia e Trento di filosofia anziché viceversa e idem fra Sarzana (mente) e Pistoia (antropologia) o fra Torino (spiritualità) e Mantova (letteratura), Piacenza (diritto) e Ferrara (giornalismo). Qui no: dove potevano inventarlo un festival dedicato alla satira se non nella patria del Vernacoliere e della beffa di Modì?
È proprio questa novità a dirci che può essere ancor più importante questo festival che, non dimentichiamolo, non è stata uno zibaldone di gag bensì un'offerta di cultura. L’identità di città e festival si rafforzano l’un l’altra e diventano spendibili sul mercato dell’attrattività turistica.
Il mercato mainstream resterà forse ancora attaccato alle formule delle ferie al mare o alla ricerca di luoghi-cartolina. Ma proprio l’esperienza delle crociere ci ha insegnato che adesso il turista cerca meno l’immagine consueta: l’ha già vista mille volte. Meglio qualcosa di meno straordinario ma anche di meno logorato e stravisto, magari qualcosa da vivere come esperienza.
Livorno non ha la Torre pendente o il Cupolone del Brunelleschi, piazza del Campo o il campanile di Giotto. Ma a chi viene per la terza o la quarta volta in Toscana interessa altro: ad esempio, una full immersion dentro un ambiente particolare da vivere. Fra le cantine dei Fossi (ritroviamo qualcosa del genere solo a Utrecht), cacciucco e ponce, macchiaioli e Modì, beffa compresa. Sì, siamo nel radar dell’immaginario collettivo: siamo un punto rosso sulla mappa. Caustici, caciaroni, sgarrupati, spontanei, generosi: quelli “di fuori” sanno in che “mare” vengono a bagnarsi quando arrivano a incrociarci qui da noi. E il festival della satira è l’asso pigliatutto che spopola nella galassia social.
Il festival, insomma, è per noi livornesi ma può essere, attraverso la regia (milanese) di Bartezzaghi, l’emblema di come presentarci al mondo e chiamarlo qui in casa nostra. A patto di smetterla di pensare che chi arriva ci “ruba” il parcheggio sul lungomare o l’ombrellone ai Pancaldi.
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