Il Tirreno

Livorno

Il procuratore Francesco De Leo saluta ma resta: «regali in beneficenza»

di Federico Lazzotti
Il prouratore Francesco De Leo con il sostituto Massimo Mannucci (Foto Laura Lezza)
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Il prouratore Francesco De Leo con il sostituto Massimo Mannucci (Foto Laura Lezza)

Livorno, dopo 8 anni alla guida della Procura lascia l’incarico ma resterà come sostituto: «Grazie a tutti per avermi aiutato in questo viaggio: la giustizia sia organizzata»

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LIVORNO. Per raccontare l’uomo Francesco De Leo, per otto anni capo della Procura di Livorno, è necessario raccontare un aneddoto. Gli otto sostituti procuratori, nei giorni scorsi, si sono presentati nel suo ufficio per chiedergli che cosa potessero regalargli in vista della cerimonia. «Non voglio niente - ha risposto - se volete farmi un regalo fate una donazione alla Caritas diocesana». E così è stato.

«Un procuratore visionario, di cui apprezzeremo le innovazioni solo nel futuro», come lo definisce il pubblico ministero Massimo Mannucci nel discorso di addio, non poteva che salutare «la squadra» a due passi dalla lapide che ricorda la Tipografia Coltellini, editore che a metà Settecento ebbe il coraggio di stampare, a Livorno, la prima edizione “Dei delitti e delle pene”, saggio diventato caposaldo della giurisprudenza mondiale.

Oltre a una similitudine con il passato, c’è anche un’altra figura retorica - il paradosso - ad accompagnare la cerimonia all’interno della cappellina affrescata e imbandita nel chiostro del palazzo di Giustizia.

Sì perché come spiega lo stesso De Leo, arrivato in via Falcone e Borsellino nel 2007, «io inauguro una nuova tipologia di saluto: “il saluto non saluto” perché non avrò più le mie funzioni di procuratore capo ma la persona resta mentre il dirigente va via. Dunque mi sento di ringraziare le persone che mi hanno aiutato materialmente in questo viaggio: personale amministrativo, magistrati, giudici, avvocati e gli angeli custodi del palazzo».

Si perché dal momento in cui il Consiglio Superiore della Magistratura nominerà il sostituto di De Leo (l’ufficialità è attesa per la settimana prossima ndr) l’attuale responsabile della Procura diventerà reggente e con l’arrivo di Alessandro Crini o Ettore Squillace Greco, i due nomi in corsa, tornerà a essere un semplice sostituto.

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«Quando si lascia - spiega De Leo - ci si guarda indietro, e si riflette sul senso di dirigere un ufficio. Quando sono arrivato era appena entrato in vigore il nuovo ordinamento giudiziario: no a piccoli zar nelle procure ma dirigenti responsabili. Non so se sono riuscito a incarnare questo ruolo, ma sono convinto che questa sia la strada per una giustizia migliore ed efficiente. Se comanderete - dice rivolgendosi ai suoi magistrati - assumetevi le vostre responsabilità e siate in pace con la coscienza. Ho cercato di far sì che l'organizzazione mi guidasse. So - prosegue - che serpeggia tra i magistrati, con l’introduzione della responsabilità diretta dei procedimenti, c’è il timore di essere attaccati, e questo può indurre a comportamenti più soft. Ecco, questo non deve accadere. Anni fa - va avanti - ho conosciuto un gruppo di magistrati canadesi, avevano una specie di libro dei comandamenti che seguivano e uno dei passaggi che non ho dimenticato recitava: ricordati che anche tu potrai essere giudicato». È questa la ricetta di De Leo per fare giustizia. Commozione, regali e strette di mano fanno da contorno ai ricordi, affidati al sostituto procuratore di lungo corso.

«A Livorno - spiega Massimo Mannucci - abbiamo avuto un procuratore moderno, il cui lavoro si apprezzerà nel futuro. Oggi ricordo il suo insediamento durante il quale ha parlato della diversità tra capo e dirigente, credo che lo abbia messo in pratica. E anche quando ci è sembrato che mettesse in campo poteri era il modo di mettere in pratica un decisionismo positivo. Dove, attraverso la modernità, ha aperto la procura a tutti: parti offese, avvocati e stampa per raccogliere tutte le istanze».

Un aneddoto e una massima per chiudere: il lavoro sull’inchiesta Moby Prince «procedimento che non poteva accontentare tutti, ma sul quale abbiamo lavorato intensamente». E la sua definizione di «Cassazione», senza il termine suprema «segno di un atteggiamento laico». Da buon capo.

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