Il Tirreno

Livorno

Aggredì i volontari in ospedale: «Mandatemi in comunità, voglio ricominciare»

Federico Lazzotti
Aggredì i volontari in ospedale: «Mandatemi in comunità, voglio ricominciare»

Livorno, l’appello del giovane che il mese scorso ha preso a calci un’ambulanza: ero ubriaco e disperato, mi spiace per quello che ho fatto

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LIVORNO. Chiede di «andare in una comunità di recupero» e giura di «volersi impegnare per superare i problemi che lo affliggono», soprattutto quelli legati all’alcolismo, che fino ad oggi lo hanno relegato ai margini della società. A parlare, dal reparto di psichiatria nel quale è ricoverato dal 22 agosto scorso, è il giovane di 34 anni che il giorno precedente ha aggredito i volontari della Misericordia di Antignano e preso a calci, ammaccandola, l’ambulanza.

Raccontò uno dei volontari aggrediti: «Ha preso a calci l’ambulanza riempiendola di ammaccature. Io e l’autista eravamo gli unici uomini, con noi c’erano tre donne. È stato un brutto momento. Ci siamo ritrovati soli in pronto soccorso con un giovane con problemi che ci aggrediva, e nessuno interveniva. Lui ha preso a calci l'ambulanza, danneggiandola, e ha anche cercato di prendere una bici e sfondare il vetro. Il suo scopo era appropriarsi di alcuni medicinali che si trovavano all'interno del mezzo di soccorso».

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A distanza di un mese le parole del trentaquattrenne sono un mea culpa con una sola attenuante: «Avevo un tasso alcolemico di 3,40 grammi per litro - racconta tornando alla tarda mattinata di giovedì 21 agosto - non voglio giustificarmi in questo modo ma non ero certo in me. Ecco perché - va avanti - la prima cosa che voglio fare è quella di scusarmi pubblicamente sia con i volontari che ho aggredito in pronto soccorso, sia con le persone alle quali ho arrecato un danno interrompendo un servizio pubblico come quello dell’ospedale».

Anche perché c’è un piccolo retroscena da svelare. «Qualche anno fa - racconta il trentaquattrenne di cui non facciamo il nome perché riveliamo su di lui informazioni sensibili - sono stato anche io volontario e dunque so cosa vuol dire aiutare gli altri e per questo motivo il rimpianto per quello che ho fatto è doppio».

La vita di M. non è la classica storia di una discesa verticale verso gli inferi del disagio, bensì qualcosa che somiglia molto di più alle montagne russe, dove nel momento in cui sembra che il peggio sia passato e il carrello dell’esistenza possa restare in equilibrio ecco una nuova caduta che ti spinge più in basso rispetto al punto di partenza. «Nell’ultimo anno e mezzo - va avanti - mi ero ripulito: non bevevo, andavo al Sert e facevo la terapia. Addirittura avevo anche chiesto una borsa lavoro, ma la spending review del Governo ha tagliato i fondi e mi sono ritrovato a piedi».

Un intoppo che per una persona debole può avere l’effetto di un destro di Mike Tyson sotto la cintura. «Io - ricorda M. - sono laureato, ho un diploma al liceo classico e credo che la mia vita potesse andare diversamente. Ho le mie colpe, certo, ma anche i fattori esterni hanno influito, e molto, sulla mia situazione attuale. Prendiamo - insiste - le liste per andare in comunità. Spesso entra non il più meritevole o quello che ha una prospettiva ma chi è messo peggio da un punto di vista di dipendenze. Ecco che tra gli ultimi si fa a gara a farsi di più per essere presi».

Adesso, dopo quello che è successo, e la denuncia rimediata il mese scorso, si potrebbero aprire proprio le porte di una comunità di recupero. «Forse - insiste - mi hanno trovato un posto. Spero di poterci andare il prima possibile per cominciare un nuovo percorso. Certo che elemosinare un letto in comunità è davvero l’ultimo stadio della disperazione...». In questi anni nonostante le difficoltà, i momenti bui (era già stato protagonista di un episodio simile due anni fa ndr) ci sono state persone che hanno aiutato M. a resistere.

«Al primo posto di questa classifica - ricorda - c’è il medico del Sert che mi segue da anni. Per me è come un secondo padre. Proprio per questo ogni volta che combino qualche nuovo guaio, come l’ultima volta, so che faccio del male a me stesso e deludo le persone che credono nella possibilità che io abbia una vita normale: un lavoro, un equilibrio e di non essere più un pericolo, soprattutto per me stesso».

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