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Medico assolto per la morte di Luca Stefanini: «La malattia era invisibile»
Livorno, secondo i giudici fiorentini d’Appello, nemmeno ulteriori esami diagnostici avrebbero potuto evidenziare il problema al cuore che ha ucciso il giovane
LIVORNO. Una malattia letale ma invisibile, almeno al 24 di agosto del 2004 quando Luca Paperini, medico dell’ospedale di Livorno, visitò per l’ultima volta il giovane Luca Stefanini, morto a poco più di 20 anni il primo febbraio di due anni più tardi durante una partita di calcetto con gli amici a causa - si scoprì dopo - di una cardiomiopatia aritmogena al ventricolo destro, la stessa malattia che è poi costata la vita a Piermario Morosini.
È la conclusione a cui sono arrivati i giudici della Corte d’Appello di Firenze che il 3 luglio scorso hanno assolto il professionista dal reato di omicidio colposo ribaltando la decisione in primo grado emessa dal Tribunale di Livorno che aveva condannato Paperini a un anno di reclusione e soprattutto a una maxi provvisionale che la madre di Luca aveva annunciato di voler devolvere alla ricerca.
A distanza di tre mesi dalla lettura della sentenza, i giudici hanno depositato in cancelleria le motivazioni allegate al dispositivo che di fatto mette la parola fine all’iter processuale - il reato è prescritto - e blocca l’eventuale richiesta danni della famiglia del giovane in sede civile.
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«Il mancato approfondimento diagnostico da parte dell’imputato - scrivono i giudici del collegio presieduto da Roberto Mazzi - nelle concrete circostanze in cui egli ha incontrato Luca Stefanini, non può essere valutato come negligente, imprudente o dettato da imperizia, non potendosi affermare con certezza, “oltre ragionevole dubbio”, che gli scarsi e occasionali sintomi che gli furono riferiti dovessero far sospettare una patologia cardiaca, che appariva esclusa dagli esami sulla funzionalità cardiaca che il paziente aveva effettuato solo pochi mesi prima e che non mostravano alcuna alterazione».
I giudici sottolineano come «l’imputato abbia avuto l’ultimo incontro con il giovane il 24 agosto 2004 e dopo allora questi effettuò altri controlli ed esami presso altri medici, i quali continuarono a non evidenziare alcuna patologia: è quindi dimostrato dagli eventi successivi che se anche il dottor Paperini avesse effettuato, alla fine di agosto 2004, nuovi e ulteriori esami, non avrebbe potuto diagnosticare la presenza di alcuna patologia perché essa non sarebbe comunque emersa».
Dunque - a differenza di quanto sostenuto dai consulenti delle parti civili, a cominciare dal professor Gaetano Thiene - gli svenimenti del giovane non avrebbero dovuto accendere un campanello di allarme nei medici e consigliare nuovi e più approfonditi accertamenti. Tanto che i giudici di appello contestano, ribaltandola, una delle affermazioni chiave a sostegno della condanna di Paperini in primo grado: «La condotta omissiva - era la tesi del Tribunale di Livorno - tecnicamente inadeguata e negligente del medico integra una vera e propria interruzione dell’iter diagnostico».
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Una ricostruzione «del tutto errata». Secondo i giudici fiorentini, infatti, «il mancato approfondimento da parte dell’imputato o la sua errata sottovalutazione delle dispenee e della sincope, unici sintomi a lui descritti, non hanno né impedito ulteriori esami e visite, né indotto il paziente a non preoccuparsi dei suoi problemi di salute».
Ecco perché «non è dimostrata la colpevolezza del dottor Paperini per la morte del giovane Luca Stefanini: non c’è una prova sufficiente per la condanna» e «non c’è la prova che ulteriori esami e in particolare la risonanza magnetica, se da lui eseguiti, avrebbero dimostrato l’esistenza di tale malattia». Bene. Ma resta una domanda: cosa si poteva fare e quali esami avrebbe dovuto sostenere Luca per essere salvato e non morire a 20 anni?
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