Il Tirreno

Livorno

l'intervista

Kutufà: «Così l’ospedale sarà un grande pronto soccorso»

di Giulio Corsi
Kutufà: «Così l’ospedale sarà un grande pronto soccorso»

Livorno, l’ex presidente della Provincia boccia Nogarin sull’acqua: "Proposta fuori dal tempo, il futuro sono le maxi-utilities". Sull'ospedale: "Il Pd ha pagato la localizzazione sbagliata a Montenero ma non è stato capace di far capire l'importanza di una nuova struttura"

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LIVORNO. Giorgio Kutufà, presidente della direzione territoriale del Pd, fino a un anno fa presidente della Provincia. Il progetto di Fabio Del Nista per una fusione Asa-Gaia finalizzata ad una maxi società della costa toscana, ha trovato il muro del sindaco Nogarin, che ha proposto un azionariato popolare ad un euro per far fuori il socio privato e far nascere una società solo pubblica. Che ne pensa?

«Vedo molto provinciale questa disputa, in un momento in cui le dichiarazioni del presidente Renzi chiariscono come l'indirizzo sia quello di costituire 4 o 5 grandi utilities a livello nazionale. Mi pare una discussione di retroguardia».

Ma con 5 società nazionali la Toscana e Livorno verranno mangiate da una di queste big, nello specifico Acea...

«Guardi, questo rischio fa crescere molto il rimpianto di non aver potuto realizzare l’obiettivo che avevo indicato quasi vent’anni fa, appena nominato presidente di Fidi Toscana. Era il 1996 e al presidente della Regione Chiti chiesi che venisse affidato a Fidi il compito di presentare un progetto di fusione di tutte le utilities toscane, dando a queste una dimensione per l'epoca significativa, in modo da evitare, come è accaduto poi, di finire preda di aziende ben più grandi che nel frattempo si costituivano nelle regioni limitrofe, Acea nel Lazio, Hera in Emilia, Iren in Piemonte».

E Chiti che disse?

«Era d'accordo concettualmente, ma non dette il via allo studio propedeutico alla mia ipotesi, perché incontrò feroci resistenze localistiche in tutto il territorio toscano».

Un'occasione persa...

«Esatto. Che ha portato alla sostanziale colonizzazione e marginalizzazione delle utilities toscane. Anche se ora vedo che quel progetto è stato ripreso dall’assessore Fratoni».

Non è un po’ tardi?

«Temo di sì, visto che si sono inserite aziende esterne nel sistema toscano».

E la proposta di Nogarin?

«Capisco che soprattutto sull’acqua ci sia stato un voto popolare e ci sia una sensibilità particolare di cui bisogna tener conto, ma ormai le spinte dell'economia e dell'efficientamento provenienti anche dall’Ue richiedono dimensioni che le nostre piccole aziende locali non hanno. Ormai appaiono utopiche e fuori del tempo forme aziendali che solo molto teoricamente sono aupicabili».

Anche la fusione Asa-Gaia di Del Nista però non sarebbe di dimensioni adeguate...

«Sarebbe un passo avanti, ma modesto e comunque transitorio rispetto all’obiettivo finale di ben altre dimensioni».

Alla fine insomma ci troveremo di fronte al dilemma se essere mangiati da Iren o Acea?

«Ripeto, questi processi andrebbero gestiti a livello regionale e non lasciati a singole realtà col risultato di avere una Toscana a macchia di leopardo».

La partita dell’acqua si può ampliare anche al tema dei rifiuti. Che ne pensa dell’entrata di Aamps in RetiAmbiente?

«Prima ho parlato di utilities e infatti la mia richiesta a Chiti non era solo rivolta all’acqua ma riguardava anche gas, rifiuti e trasporti e anche qui probabilmente le politiche di accorpamento in Toscana hanno tardato a realizzarsi. All'interno di questi ritardi indubbiamente Aamps ha sofferto di problemi particolari che datano da anni».

Quali problemi, scusi?

«In particolare quel sistema che ha consentito ai privati di realizzare grandi profitti e alla parte pubblica di accumulare fortissime perdite».

A cosa si riferisce?

«Ci sono ditte che si sono arricchite, mentre il pubblico si indebitava».

Non è il rapporto col privato però l’unico problema che sta pagando Aamps...

«E’ vero, Aamps paga le incertezze riguardo all'inceneritore e i ritardi di scelte a livello di area come minimo di Ato, ma per me a livello di Toscana, che andavano fatte in passato. C’è stata una politica regionale senza obiettivi strategici unici, lasciata alla gestione del quotidiano. La morosità alquanto acuta qui ha portato alla situazione così difficile di Aamps».

Che è sfociata nella maxi perdita dichiarata in bilancio per 21 milioni. Perché solo ora è emerso quel rosso?

«Che la situazione fosse estremamente difficile era noto da tempo, altrimenti non ci sarebbe stata la nomina di Rosi».

Sì, ma fino all’anno scorso Aamps chiudeva in utile. La gestione 5 Stelle ha aperto i cassetti o è un bilancio politico?

«E’ chiaro che certe partite contabili si possono tenere per anni in sospeso ritenendo magari di poter recuperare la morosità. Poi quando cambiano le gestioni i nuovi venuti tendono a far emergere tutte le pregresse difficoltà in modo da non doverne rispondere loro in futuro».

Dunque è un bilancio che non contesta...

«Ripeto, tutte le volte che c'è una forte discontinuità nella gestione aziendale i criteri di compilazione mutano e magari si va da un eccesso di ottimismo nelle valutazioni a un eccesso di rigore. E’ il caso di Aamps».

Si riferisce ai crediti diventati di colpo inesigibili?

«Sì, l’eccesso di ottimismo sul recupero è diventato eccesso di rigore nella valutazione».

Porto: la Darsena Europa è l’opera indispensabile per il rilancio delle nostre banchine?

«Condivido tutto il Prp. A partire dalla Darsena Europa».

Ma davvero è solo dal porto che passa la ripartenza di Livorno e quella occupazionale?

«Mi auguro di sì e poi non vedo alternative. D’altra parte la storia di Livorno dalle origini è sempre ruotata attorno al porto. E’ stata la sua ragion d'essere creativa. Il porto è l’unico elemento che può dare quella svolta a una situazione veramente critica, assai più che altrove».

Ma perché la città ha patito la crisi più che nel resto della Toscana?

«Perché qui la presenza pubblica era estesissima ed è collassata quando le risorse sono venute meno, le partecipazioni statali sono quasi sparite e le attività portuali hanno perso le condizioni di privilegio che in passato consentivano rendite elevate. L’economia che in parte era assistita, ha avuto il contraccolpo più forte».

E la città non ha reagito...

«E’ vero, il problema è culturale: Livorno e tanti livornesi non hanno nel Dna il concetto della competizione».

Ora però i traffici in porto sembrano ripartire. E sulle banchine è puntata l’attenzione dei grandi gruppi: Msc, Grimaldi, Negri. Che segnale è?

«L’attenzione dei grandi gruppi nasce da prospettive di profittabilità degli importanti investimenti in agenda sul porto, a partire dalla Darsena Europa. Vedono possibilità di guadagno, di sviluppo. E vengono».

Il risultato dell’equazione è che il porto e dunque la città stanno ripartendo, giusto?

«Se dai centri decisionali esterni - che comparano gli investimenti possibili non in Italia ma nel mondo - scelgono Livorno significa che dai loro giudizi l’investimento è profittevole e i traffici cresceranno».

Eppure tre anni fa lei aveva messo in piedi una macchina per salvare la Compagnia dalla conquista dei forestieri...

«Sì, ed è un grande rimpianto. Era un'azione legata ai tempi dell'imprenditoria livornese che non poteva più operare singolarmente, altrimenti sarebbe rimasta schiacciata dall’esterno. Il mio progetto prevedeva un’unione delle imprese più dinamiche del territorio».

E’ arrivato ad un passo dall’obiettivo...

«La cordata, tutta livornese, era praticamente costituita ma è saltata all'ultimo momento».

Subito dopo Msc è entrata in Lorenzini, Grimaldi in Fremura, Neri e Negri in Compagnia. Ciò che lei aveva osteggiato...

«Avevo tentato di evitare una penetrazione colonizzatrice di gruppi forestieri nelle imprese operanti sul territorio. La cordata livornese, un po' sulla falsariga del Gip di Genova guidato da Negri, avrebbe potuto, dalle quote Tdt in là, evitare guerre fra operatori e costituire un'entità in grado di misurarsi coi cambiamenti e i gruppi armatoriali e finanziari esterni».

Ora invece c'è il rischio di essere mangiati?

«Capisco la mondializzazione, ma mantenere sul territorio centri decisionali in grado di determinare le scelte è importante, altrimenti finiamo, come sta accadendo, per dipendere da scelte compiute fuori da qui».

Perché saltò il banco?

«All’ultimo i portuali si sono tirati indietro».

Chi c'era nella cordata?

«I capofila erano Piero Neri e Giorgio Neri, c’era anche Lorenzini. La compagnia sarebbe retrocessa nelle quote di tante società, da Tdt a Cilp, con partner locali in un'intesa locale. Avremmo mantenuto qui il centro decisionale del porto, cuore, cervello e portafoglio. Sarebbe stato una garanzia rilevante».

Che con i grandi gruppi internazionali non c’è...

«Rispondendo a logiche di guadagno, oggi arrivano perché vedono il profitto, ma quando questo non c’è più se ne vanno. Livorno è un punto del loro impero come altri. Le multinazionali non sentono responsabilità sociali, non sentono affezione, comparano l’investimento e se in quel momento non sei conveniente, ti abbandonano».

Nel caso della Darsena Europa, se investiranno 350 milioni, sarà un po’ diverso...

«Sì, ma oggi questi gruppi non si relazionano con gli enti locali, ripeto, non hanno legami col territorio né senso di responsabilità sociale».

Di Darsena Europa si parla da 15 anni. Se adesso si farà, sarà per merito dell’accelerata della Regione. Il governatore Rossi non si è svegliato un po' tardi nell'aiutare Livorno?

«Sì, probabilmente queste cose potevano essere velocizzate rispetto ai tempi conosciuti».

Forse avrebbero aiutato anche il Pd...

«Il Pd ha pagato di essere considerato il gestore del vecchio sistema, non averne saputo gestire il cambiamento, non aver dato risposte ritenute credibili».

Sistema di che tipo?

«Livorno aveva sacche di inefficienza e parassitismo nei confronti dei quali non si è operato un contrasto che i tempi dell'economia richiedevano».

E’ un'autocritica?

«Sicuramente».

Dei primi 15 mesi di amministrazione 5S che giudizio dà?

«Elementi di grandissima discontinuità con la gestione precedente non li intravedo. L’unico elemento di discontinuità è stato quello dell'ospedale, decisivo per la vittoria di Nogarin».

Ritiene che fosse un tema su cui il Pd ha fatto bene ad andare avanti nonostante si percepisse grande ostilità nell’opinione pubblica?

«C'è stata sottovalutazione degli effetti negativi della scelta di Montenero, a cui si è aggiunta una politica di comunicazione scadente. Non si è fatto capire l'importanza che comunque una struttura adeguata ai tempi aveva, perché non si può nel 2015 mantenere, unici in Italia, ambienti costruiti con logiche e criteri di ottant'anni fa».

Ora però il nuovo ospedale non si farà. Che succederà?

«Il rischio è che l’attuale struttura sia destinata a essere poco più di un gran pronto soccorso. L'eventualità, che è molto forte, poteva essere forse contrastata con un investimento e una struttura che poteva attirare anche eccellenze mediche che difficilmente vorranno lavorare in un ambiente molto superato».

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