La protesta
Fedele condannato per i soldi all’estero
Il giudice ha anche disposto la confisca di oltre 450mila euro, assolta per prescrizione la moglie dell’imprenditore
LIVORNO. «Sono tutti risparmi. Non ho mai fatto spese ho una macchina comprata usata tanti anni fa a un’asta. Ritengo di avere giustificato ampiamente i miei capitali. Chiedo di essere assolto». Lo dichiara in aula Michelangelo Fedele, arrivato a San Marino per l’udienza conclusiva del processo da cui esce con la condanna per possesso ingiustificato di valori: 7 mesi di reclusione, 5.000 euro di multa e un anno e quattro mesi di interdizione dai pubblici uffici e diritti politici. L’origine di quei 457.900 euro depositati dal settantenne di origini calabresi, residente a Donoratico, sul conto della Banca di San Marino Spa non è stata chiarita. Al punto che il giudice ha disposto la confisca.
L’accusa. L’inchiesta è tutta sanmarinese, ma a rafforzare le ipotesi di reato per gli inquirenti sono gli elementi raccolti tramite rogatoria dall’Italia.
«Agenzia di informazione finanziaria ci dice che le somme versate non risultano congrue all’attività ufficialmente svolta dal Fedele. Tutti i versamenti sono stati fatti in contanti. Risultano precedenti penali importanti». Così il procuratore del fisco Giovanni Belluzzi nella sua requisitoria.
I conti. Più di quattro ore in auto. Sono 363 i chilometri che separano Castagneto dal Monte Titano. È una strada che Fedele e la moglie Giuseppina Zambardino, delegata a operare sui conti, la cui posizione è stata archiviata nei mesi scorsi per prescrizione, percorrono almeno diciassette volte nell’arco di dieci anni. La prima operazione di versamento è del gennaio 1999 e l’ultima risale al 2008, per un totale di 1.128.000 euro. Soldi utilizzati per investimenti in titoli, che hanno fruttato oltre mezzo milione di euro, e per una decina di prelievi, sempre in contante, per un totale di 1,1 milioni di euro, tra l’ottobre del 2002 e settembre del 2010. Il tutto nell’ambito del rapporto stretto da Fedele con la Banca di San Marino nel gennaio del 1999, con l’apertura di un libretto di deposito al portatore. E a distanza di due giorni di un conto deposito titoli. Mentre in seguito, nel 2002, viene acceso un conto corrente.
La difesa. In aula a difendere le ragioni di Fedele è l’avvocato Lara Conti. Rigetta ogni accusa e sostiene che, innanzitutto, si sarebbe applicata una legge successiva al deposito dei soldi e, quindi, si sarebbe violato il principio di irretroattività della legge penale. «Ci troviamo nell’assurda situazione in cui si è lavorato tutta la vita, sabato e domenica compresi, e se non si è in grado di giustificare la provenienza del denaro, peraltro risalente a molti anni fa, si perde tutto», dice anticipando di fatto il ricorso in appello.
La confisca. Ad oggi, nelle disponibilità di Fedele nella Banca di San Marino restano 303.723 euro. Soldi da prima finiti sotto sequestro cautelativo e in base alla sentenza di primo grado confiscati dalla Repubblica di San Marino. Il dispositivo del tribunale però quantifica in 457.900,82 euro il valore dei beni da confiscare, stabilendo la confisca per equivalente di denaro, beni o altre utilità fino alla concorrenza di ulteriori 154.177,71 euro. Ma per questi sarà necessario attivare una rogatoria con l’Italia.
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