Il Tirreno

Livorno

Società e fatture false arrestato un livornese

di Lara Loreti
Società e fatture false arrestato un livornese

Ai domiciliari Sergio Quilici accusato di frode fiscale e sottrazione di imposte Con un gioco di società finte avrebbe messo su un giro da 5,4 milioni di euro

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LIVORNO. Alle cronache il suo nome è balzato nell’ambito del crack Turmar, la società dichiarata fallita nell’estate del 2013 e dalla quale è nata un’inchiesta per bancarotta fraudolenta. Gli investigatori l’hanno spesso definito come il braccio destro dell’imprenditore Beppe Doveri. Sergio Quilici, professionista livornese di 48 anni, ieri mattina è stato arrestato dalla Guardia di finanza, che ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti. Le accuse sono frode fiscale e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, nell’ambito di un’indagine diretta dalla pm Arianna Ciavattini. Il giudice Beatrice Dani ha stabilito gli arresti domiciliari, che il 48enne sta già scontando nella sua casa, nella zona degli Scali Olandesi.

Già imputato insieme ad altre persone nel processo collegato al crack Turmar per reati tributari e di bancarotta fraudolenta, e sottoposto a fermo il 1° febbraio 2013, Quilici era già vincolato, due volte alla settimana, all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Ma questo, stando alle accuse della finanza, non gli ha impedito di partecipare a un giro di evasione fiscale sull’asse Livorno/Modena/Milano/Padova, tramite il ricorso a false fatturazioni da parte di società di comodo. Un affare che vede indagate altre tre persone che gravitano nell’area di Padova.

Secondo le fiamme gialle del Nucleo tributario, guidate dal comandante Maurizio Querqui, nell’ottobre 2013, dopo appena quattro giorni dalla cessazione della misura degli arresti domiciliari, Quilici avrebbe assunto la carica di amministratore della “Santandrea Automobili”.

Si tratta di una srl, costituita nel 2004 come società immobiliare, che ha cambiato oggetto sociale nel 2012, proponendosi come fabbrica di automobili e trasferendo, secondo gli investigatori fittiziamente, la propria sede a Modena. Infatti, nel corso delle indagini, svolte anche attraverso accertamenti finanziari, è stata riscontrata l’inesistenza di quella società, per la quale non è stata istituita neanche parte della contabilità. Quella srl, secondo la Finanza, sarebbe stata usata da Quilici esclusivamente per l’utilizzo di fatture false per 2,7 milioni di euro, che riportavano la formale compravendita, tra l’altro, di beni (tra cui escavatori e carrelli elevatori) senza alcuna attinenza con l’oggetto sociale dichiarato.

Si parla di documenti contabili che secondo l’accusa sarebbero stati emessi dallo stesso Quilici tramite due soggetti giuridici di comodo, con sede legale in Milano, da lui gestiti tramite altrettanti prestanome, tra cui uno residente a Livorno, con precedenti penali, che dichiara redditi irrisori.

Le fatture false, come emerge dalle indagini delle fiamme gialle, hanno consentito di creare un credito Iva di quasi 500mila euro, ceduto a marzo 2014, attraverso un ramo d’azienda fittizio, ad una società di Padova, mediante la complicità dei relativi amministratori, i quali sono stati, conseguentemente, denunciati. Il falso credito Iva è stato illecitamente utilizzato dalla società veneta per compensare i propri debiti tributari, azzerando il pagamento di tutte le imposte dovute.

Complessivamente, sono state emesse e utilizzate fatture false per 5,4 milioni di euro, per le quali la Finanza sta facendo contestazioni fiscali.

Nell’ambito dell’attività investigativa, è stato eseguito anche il sequestro preventivo di una Mercedes, classe A, da 30 mila euro, sottratta con l’inganno, con la complicità di un altro livornese, per evitare il pagamento delle imposte.

In questo giro è finito anche un commercialista di Livorno, nel mirino della Finanza solo al livello amministrativo, per l’omessa segnalazione di operazioni sospette per circa 3 milioni di euro, pari all’importo delle fatture false e della fittizia cessione di ramo d’azienda. Il professionista, per la legge antiriciclaggio, avrebbe dovuto segnalare all’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, quelle operazioni, anche per consentire agli investigatori di avviare celermente le indagini. Una mancanza che gli costerà cara: dovrà pagare una sanzione che potrebbe arrivare a 1 milione e 200mila euro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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