Gioco
«Non fare il piano strutturale è stato un grande errore»
Mauro Grassi: «Le istituzioni, la politica, la città non erano preparate e hanno perso un’occasione. Neppure la comunità locale è senza colpe»
Mauro Grassi, ex assessore all’urbanistica del Comune di Livorno, oggi al vertice della struttura di missione di Palazzo Chigi #italiasicura contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche, interviene nel dibattito sulla crisi di Livorno, sul suo passato, sul suo futuro.
di MAURO GRASSI
Quando, alla fine dell'estate del 2011, il sindaco Cosimi mi fece la proposta di venire a Livorno per fare l'assessore all'ambiente e all'urbanistica ebbi un minimo di titubanza. Un fiorentino a Livorno non era cosa da poco. E poi tenere assieme l'intricata matassa dei problemi ambientali e urbanistici della città non si presentava come una passeggiata.
Mi convinse, oltre all'amicizia e al rispetto politico e umano per Alessandro Cosimi, il fatto che il sindaco a poco più di due anni dalla conclusione della legislatura volesse lanciare l'amministrazione nella stesura del Piano strutturale della città. Cioè nell'ultima parte della legislatura il sindaco voleva lanciare la città in un'opera di ripensamento di sé stessa e di rilancio culturale, economico e sociale. E questo con il contributo da una parte di un amministratore "esterno" alla città, utile per guardare con occhio diverso problemi e opportunità, dall'altra di un team di livello nazionale capace di innalzare il livello tecnico e scientifico del processo di pianificazione.
Un’ottima idea. Livorno poteva essere una città laboratorio per aprire il nuovo anche in una regione sonnacchiosa, e per alcuni versi conservatrice, come la Toscana. E per usare la crisi, che pervadeva e pervade tutt'oggi in maniera diffusa e profonda la città, non come elemento di debolezza e di chiusura ma come strumento di cambiamento. La sfida era interessante. Ma aveva bisogno di un prerequisito che io davo per scontato ed invece scontato non era: per darsi una piattaforma di cambiamento in due anni, che fosse seria e veramente condivisa dalla comunità, occorreva che la città fosse preparata. E vedesse effettivamente il Piano strutturale come occasione di riscatto e di cambiamento.
Ma così non era. Non era preparata la città. Non era preparata, e tantomeno convinta, la politica e le istituzioni. Non era preparata, e tantomeno attrezzata tecnicamente e organizzativamente, la macchina amministrativa. Tant'è che per disporre del team nazionale, poi risultato chiaramente di qualità ma difficilmente utilizzabile nell'esiguità del tempo rimasto, c'è voluto quasi un anno di procedura.
A quel punto era chiaro che il Piano strutturale non ci sarebbe stato. E che la città avrebbe chiuso la propria esperienza amministrativa fra le crisi ricorrenti sempre più senza risposta, le beghe di piccolo cabotaggio di una politica oramai incartata e la perdita di peso regionale e nazionale senza alcuna prospettiva di rilancio. Ed è stato un peccato. Livorno è una gran bella città. Ha molto di moderno nella cultura sociale e anche molto di antico.
Due mondi che si intrecciano ma che difficilmente fanno sintesi. Si bloccano l'un l'altro senza una minima prospettiva di cambiamento. L'anarchia individuale, l'apertura mentale, il pragmatismo e la mancanza di un passato eccessivamente strutturante dal punto di vista culturale danno alla città una modernità da città americana. Nello stesso tempo c'è, sottostante a questa ostentata leggerezza, un sistema più ideologizzato fatto di riti, idee e comportamenti che richiamano il vecchio mito della sinistra e del comunismo italiano. Solidarietà, internazionalismo, altruismo e cultura politica professati in maniera forte anche se vissuti in maniera relativamente libera. Ovvero il comunismo in salsa livornese. Ma, nonostante ciò, come elementi identitari della comunità locale.
Questi due ingredienti richiamano secondo me il senso dello sviluppo da dare alla città: una città libera, senza troppi paletti e con grande apertura alla sperimentazione e al cambiamento (all'americana) ma che mantiene i caratteri europei e italiani di integrazione, identità e coesione sociale (il comunitarismo livornese). E con questa impostazione si poteva iniziare a lavorare al Piano. Avendo come punti fondamentali questi obiettivi:
a) Blocco dell'espansione della città (zero consumo di suolo) ma forte impulso alla riqualificazione, rinnovamento e ristrutturazione della città costruita. Blocco esterno e maggiore libertà dentro la città. Ma non con progetti di ulteriore banalizzazione urbana (Luogo Pio?) ma con progetti di vero e proprio restyling, rifacimento, apertura e liberazioni di spazi magari anche attraverso l'innalzamento degli edifici. Insomma, una città più moderna e più fruibile con più spazi liberi.
b) La riqualificazione del mare e della collina, facendo di questo binomio (e non ogni "pezzo" in maniera separata) il centro di attrazione di un nuovo turismo ambientale. Per questo era ed è importante un Piano della collina e un Piano della costa che dicano cosa può e deve stare e come può stare. Il tema dell'abusivismo in collina poteva trovare soluzione nel Piano cercando una via, fra l'accettazione dell'abusivismo (come è oggi) e l'abbattimento di tutto (grida manzoniane), di ricucitura di un "pezzo di città in collina". Ordinata, gradevole e sostenibile.
c) Efficientamento della città e delle sue strutture: cioè partire dagli sprechi, dalle inefficienze, dai tempi morti, dagli abusivismi piccoli e grandi, dall'incuria per rilanciare un'idea di città che funziona, con strutture e servizi efficienti (in primis Aamps, Asa, trasporto pubblico) e con un ordine diffuso che facilitano la collaborazione e l'impegno da parte dei cittadini e dei privati alla cura e qualificazione degli spazi di vita collettiva.
d) L'integrazione economica con le aree verso Pisa, Collesalvetti e Piombino sviluppando le tante sinergie esistenti sia di tipo infrastrutturale, sia portuale che industriale e lo sviluppo della piccola impresa legata alle tante iniziative locali. In questo senso la spinta all'innovazione di Livorno come città della sperimentazione urbanistica avrebbe potuto essere ampliata agli aspetti sociali ed economici dove la città fa registrare storicamente un certo ritardo.
Non c'è stato il tempo. Non c'è stata la voglia. Non c'è stata la spinta della politica e delle istituzioni. Ma la città, la comunità locale è senza colpa? Non credo. Ma il tempo del riscatto forse non è finito…
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