Gioco
MA ESSERE IL NUOVO NON BASTA PIÙ
di MAURO ZUCCHELLI Lascia il ruolo di capogruppo Marco Ruggeri ed è come se il Pd livornese al tempo dei renziani avesse voltato pagina e messo in archivio quel che è stato fino al ballottaggio dell'8...
di MAURO ZUCCHELLI
Lascia il ruolo di capogruppo Marco Ruggeri ed è come se il Pd livornese al tempo dei renziani avesse voltato pagina e messo in archivio quel che è stato fino al ballottaggio dell'8 giugno dello scorso anno che ha portato il M5S alla guida del Comune con una svolta storica.
E' una scelta che nasce da ragioni di lavoro, dice Ruggeri. C'è da credergli se è vero che quel posto di operaio alla raffineria è diventato un simbolo del modo di intendere la politica e giocare il proprio ruolo: quand'è stato segretario della federazione ha continuato a fare i turni in fabbrica; quando ha finito il mandato in Regione, si è ripresentato alla raffineria per indossare la tuta.
Dettagli, certo: di per sé non sono una garanzia di scelte politiche lungimiranti o d'una capacità di visione che spalanchi orizzonti nuovi, ma rappresentano uno stile personale austero che vorremmo vedere in molti politici, compresi quelli delle nuove generazioni.
Ruggeri non sparisce dalla scena perché resta pur sempre consigliere comunale ma paga di persona il fatto di essere l'emblema della tradizione nel solco ex-Pci: curioso perché lui - che ha appena sette anni di più di Lorenzo Bacci, alfiere del Pd renziano - era appena uscito dalla scuola media ed era una matricola all'Iti quando è venuto giù il muro di Berlino e, con la Bolognina, Occhetto ha scardinato Botteghe Oscure. Eppure le sue dimissioni da capogruppo sono, in sede locale, l'ultimo ingranaggio che il nuovo gruppo dirigente Pd ha smontato nella tradizione di marca Pci: in una fra le federazioni più anti-renziane, almeno inizialmente; in una città dove questo dna è stato classe di governo per settant'anni.
L'antagonista sconfitto da Nogarin lascia dopo che in quest'ultimo anno di opposizione ha guidato in consiglio un Pd sembrato forse timido e frastornato ma, al tempo stesso, ribaltando in consiglio le condizioni politiche in cui lui era stato costretto a giocare nella sfida elettorale: il Pd era isolato, sott'attacco da destra e da sinistra con il messaggio unificante di spedire a casa chi aveva governato da sempre. Adesso no: spesso sono le opposizioni a fare fronte comune contro la giunta M5S.
Adesso, il nuovo gruppo dirigente del Pd livornese non ha più alibi. Ha nelle proprie mani il destino e deve dimostrarsi all'altezza: come forza di governo in larga parte degli altri territori della nostra provincia e, nella città capoluogo, come riferimento delle opposizioni in vista della rivincita fra quattro anni. Non basta essere il "nuovo" che avanza: dopo qualche tempo c'è un altro "nuovo" ancor più "nuovo". C'è un solo modo per evitare che sia un semplice rimpiazzo di ceti politici, con l'uno che "mangia" quello precedente: serve un vettore che indichi una direzione, una idea di convivenza, di sviluppo, di ambiente. Di città, insomma.
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