Il Tirreno

Livorno

«Io ho fatto da argine ora mi faccio da parte»

di Juna Goti
«Io ho fatto da argine ora mi faccio da parte»

L’ex candidato sindaco si dimette da capogruppo: «Voglio pensare al mio lavoro» Il testimone passa a Ciampini o a Caruso. E il Pd prova a chiudere una storia

6 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Se le lancette dell’orologio tornassero indietro fino al 12 settembre di due anni fa, il suo sarebbe il nome del capogruppo del Pd in consiglio regionale. Un capogruppo eletto all’unanimità, non ancora quarantenne e lanciatissimo sull’autostrada della politica, con i soliti ben informati che già lo danno come futuro assessore regionale alla sanità. In politica, però, due anni sono un universo cosmico: nel mezzo è arrivata una candidatura a sindaco un po’ tirata per la giacchetta, forse per provare a salvare l’insalvabile. E soprattutto sono arrivati un ballottaggio storico e una sconfitta altrettanto storica, con il tracollo del Pd e i 5 Stelle catapultati al governo della città.

Oggi Marco Ruggeri – svestiti i panni del consigliere regionale per tornare a vestire quelli dell’operaio caldaista alla raffineria Eni – ha deciso di dimettersi anche da capogruppo del Pd: resterà consigliere comunale, ma non capogruppo. Giovedì sera lo ha comunicato ai colleghi del Pd (consiglieri e segretari), ieri lo ha detto anche ai capigruppo delle altre forze politiche. Il testimone passerà ad Alessio Ciampini o a Pietro Caruso. Mentre di fatto si chiude una storia.

Ruggeri perché ha deciso di dimettersi da capogruppo?

«Perché devo pensare al mio lavoro. Oggettivamente non posso più fare il capogruppo come deve essere fatto: posso fare il consigliere, ma non il capogruppo. Ho bisogno di prendermi un po' di tempo per me, per riorganizzare la mia vita, il mio lavoro».

Sente di aver già dato abbastanza, anche al partito?

«Guardi, io ho fatto le mie scelte con grande serenità. E penso che nessuno possa dirmi niente dal punto di vista della coerenza. Non ho fatto tutte le scelte più facili, quello sì. Mi sono sobbarcato…». Un attimo di pausa, cerca le parole: «No sobbarcato. Ho fatto, perché era giusto che lo facessi io, il primo anno e mezzo da capogruppo: era chiaro che sarebbe stato un anno e mezzo tutto ripiegato sul passato ed era giusto che fossi io a fare anche da argine nei confronti del resto del gruppo, che oggettivamente con quella storia ci combina il giusto».

“Quella storia”? Quindi anche lei se ne sente parte

«Io non ho mai detto che non c'ero o se c'ero dormivo. Ho detto che non ho condiviso tutto e che avrei cambiato le cose. Quando hai fatto il segretario della federazione dei Ds, del Pd e il consigliere regionale, se racconti che eri stato da un’altra parte fanno bene a dire che sei una persona poco seria. Io non ho rinnegato e non rinnego niente. Anche perché non credo che ci sia niente di eticamente discutibile nel nostro passato, anzi. Semmai ci sono stati tanti errori: ho provato a cambiare le cose, i livornesi non c'hanno creduto e hanno scelto un’altra strada.

Ma dopo un anno e mezzo mi sembra difficile che il sindaco di Livorno possa pensare che la responsabilità è del passato: la città la governa lui e siccome le cose non vanno, l'amministrazione è immobile di fronte a tutto e la responsabilità è tutta sua, credo che sia anche giusto che si aprano fasi nuove, fasi diverse».

Dopo l’8 giugno si è sentito un po' il capro espiatorio della città che ha gridato no al Pd (e anche di una parte di Pd)?

«Non sono abituato a dare la colpa agli altri o a fare la vittima. Mi sono sempre preso tutte le responsabilità, per cui non mi sento un capro espiatorio. Quando si fa politica, e siamo in cima, ci sono onori e oneri. Mi sento solo di aver esercitato la mia responsabilità di rappresentante del popolo e di eletto del Pd. Dopodiché, siccome la politica la intendo come servizio – e l'ho dimostrato tornando a fare il mio lavoro – a un certo punto bisogna pensare anche alle proprie cose». Di nuovo una pausa: «Io sono innamorato della politica e come ha detto Emma Bonino non si guarisce da questa malattia: non smetto di fare politica, resto consigliere comunale, cercherò di farlo con puntualità. Detto questo, è giusto che abbia la mia vita. Che in questi anni, nonostante tutte le critiche che fanno a chi fa politica, ho pesantemente trascurato».

Poco più che trentenne è stato segretario del partito livornese e capogruppo del Pd in consiglio regionale, per un periodo il più giovane capogruppo regionale del Pd in Italia. Davvero resterà “solo” consigliere comunale?

«Lo dico perché c’è chi ha la memoria corta: io ho fatto dieci anni il segretario facendo i turni al lavoro, poi sono stato cinque anni in aspettativa e sono tornato al mio lavoro. Mi sento un uomo libero, proprio perché ho sempre avuto il mio lavoro. Oggi non sto aprendo un problema politico, non c'è alcuna bizza. Sto semplicemente guardando alla mia vita personale e professionale».

Sono più esplicita: lascia un incarico in vista di un altro?

«No, assolutamente. Ho già rifiutato una proposta per la segreteria regionale, ho detto che non ero disponibile per le stesse ragioni per cui mi dimetto da capogruppo. Ora la mia prospettiva è lavorare all'Eni e fare il consigliere comunale».

Come è stato questo primo anno, per la prima volta, all'opposizione? E cosa pensa dell'amministrazione Nogarin?

«Fare opposizione è molto diverso da governare. È stata un'esperienza difficile, partita da una sconfitta pesante, ma mi ha fatto anche vedere il mondo da un'altra prospettiva. Nelle sconfitte, ad esempio, capisci chi sono le persone vere e chi sono i mezzi uomini. E in questa città di mezzi uomini ce ne sono tanti».

A chi si riferisce?

«Non c'è bisogno di fare nomi. Quando sei al potere e comandi ce l'hai tutti intorno, quando non comandi più vanno intorno a qualcun altro: vuol dire che non era questione di principi o di ideali, ma di raccattare qualche interesse. Questo aiuta a capire chi sono gli interlocutori.

Dopodiché sono molto preoccupato per questa città, perché penso che al di là dei tempi che servono per imparare e degli errori normali che si possono fare, in realtà questa amministrazione ha preso tutti i vizi peggiori di cui ci accusava, ma con uno stile peggiore. Siamo di fronte a una giunta che non ha una minima idea del futuro di questa città, che campa alla giornata, che racconta una storia fatta di mezze verità, spesso di bugie, che ci porterà a sbattere contro un palo. Con proposte che non esistono, mentre cercano sempre di dare la colpa agli altri perché non hanno idee. Ho paura che alla fine Livorno perderà un'altra occasione per uscire dalla crisi».

I “vizi peggiori con uno stile peggiore”: per esempio?

«Vogliamo parlare della loro “massima trasparenza”? Basta vedere come gestiscono le cose interne al consiglio. Come le petizioni popolari di cui spesso non si sa nulla: per via Goito e gli orti urbani, ad esempio, si sa che c'è una petizione che circola in Comune, ce l'hanno detto i cittadini: perché non voglio affrontare il problema pubblicamente? Prima ancora la storia di Borgo e delle rotatorie…».

A questo punto chi farà il capogruppo?

«C'è stata una discussione serena al nostro interno, lo faranno Alessio Ciampini o Pietro Caruso: decideremo in base alle loro disponibilità e con l'impegno che daremo tutti una mano. Ci siamo presi un mese di tempo, ma credo che molto prima faremo il passaggio ufficiale delle consegne».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web