Gioco
Furti di moto, altre due finiscono nei guai
Misure cautelari per due ucraini che, secondo i carabinieri, facevano parte della banda che per mesi ha fatto razzia di mezzi
LIVORNO. Nei mesi scorsi aveva seminato il panico con furti continui di moto e scooteroni. La banda ucraina accusata dai carabinieri di essere formata da veri professionisti del furto di mezzi a due ruote torna a far parlare di sé. Ieri mattina è terminata la seconda parte dell’operazione denominata “Rotta verso l’Est", iniziata alcuni mesi fa dai militari del Reparto operativo dell'Arma di Livorno, coordinato dal colonnello Andrea Guidoni. Un blitz che aveva visto, nel mese di giugno, concludersi la prima tranche degli accertamenti, con l’arresto di sei ucraini tutti responsabili, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata al furto di moto, scooter e furgoni in Toscana e in altre regioni del nord-Italia, mezzi destinati poi al mercato dell’Est.
I militari del Reparto, alle prime ore della mattina, hanno eseguito due misure cautelari in carcere, nei confronti di Dmytro Hakman, 33 anni, e del connazionale Ivan Martyniuk, 35, entrambi già noti alle forze dell’ordine. Contestualmente, i carabinieri hanno sottoposto gli altri tre ucraini, secondo l’accusa complici dei primi due, alla misura cautelare dell’obbligo di dimora nel comune di Cecina e a quello di presentazione giornaliera alla polizia giudiziaria. Si tratta del 32enne Dmytro Kelbia, Andrii Kelbia, 33, e del 35enne Ivan Paskal.
L’indagine dei carabinieri, scaturita dalla segnalazione di un cittadino che aveva assistito a movimenti sospetti da parte di quattro stranieri, ha avuto inizio nel mese di marzo e ha permesso in breve di portare alla luce un’attività illecita condotta dal gruppo, responsabile secondo l’Arma di decine di colpi. Stando a quanto accertato dai militari, la banda di ucraini era stabilmente dedita al furto di moto di grossa cilindrata, di scooter e di furgoni a Livorno e in diverse province della Toscana, nonché in altre regioni del Nord-Italia. I mezzi, una volta rubati, sempre secondo i carabinieri, venivano trasportati e consegnati previo pagamento di una somma concordata, agli ultimi anelli dell’organizzazione, cioè a “corrieri”, i quali, per mezzo di furgoni, li trasportavano fuori dal territorio nazionale.
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