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Livorno città depressa, tra indagini, ombre e crisi la capitale delle beffe ha perso il sorriso
Dal 2008 la città è collassata a livello economico e sociale: colpa di un sistema legato alla sinistra in cui il consenso era legato anche a piccoli privilegi. Disoccupazione ai massimi storici e deflazione da 18 mesi e la Procura indaga sulla gestione di appalti e partecipate
LIVORNO. C'è una barzelletta che gira per i bar di Livorno, un tempo capitale mondiale delle beffe, che ha smesso di far ridere. È quella in cui Massimo D'Alema, ironia del campanilismo ex studente nella nemica Pisa, sale sul palco della Festa dell'Unità. L'ex presidente del Consiglio spiega ai compagni che chi possiede due case deve darne una al partito, stessa cosa per chi ha due auto. Il pubblico applaude, si lancia occhiate d'intesa e si dà pacche sulla spalla. Quando l'ex segretario sprona la platea a fare la stessa cosa con le biciclette, cala il silenzio e sale l'imbarazzo. «Dè, ma quelle ce l'ho sul serio», dice un portuale nelle prime file.
Fino a qualche tempo fa, la battuta, magari urlata davanti a un ponce a vela al bar Civili, scatenava l'ilarità di chi ascoltava. Ma ora che la città è rimasta in mutande, e per una volta la scelta non è legata alla passione dei livornesi per il mare, al più, chi la racconta, raccoglie una smorfia a denti stretti.
Colpa di un sistema politico, che negli ultimi cinque anni è collassato su stesso dopo aver scricchiolato a partire dal 2008, tanto da far trionfare alle elezioni amministrative del giugno 2014, dopo 70 anni di egemonia di Pci, Pds, Ds e Pd, uno sconosciuto candidato grillino e costringere, nel maggio scorso, Governo e Regione a inserire Livorno tra le aree di crisi e stanziare 732 milioni di euro (non ancora arrivati) per cercare di toglierla dalle sabbie mobili.
«Solo nel 2014 - racconta l'ultimo dossier della Camera di Commercio - si sono persi 800 posti di lavoro». Tanto che la disoccupazione è ai massimi storici, soprattutto quella giovanile, e i disoccupati hanno superato le 12mila unità segnando un nuovo record, ossia il valore più alto registrato dal 2004: rispetto ad allora, le persone senza un lavoro sono cresciute di oltre il 70%. Ma non solo. Perché c'è un altro dato economico che fa venire la pelle d'oca: la città è in deflazione da diciotto mesi.
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Ma lo tsunami politico e il malcontento sociale che si è abbattuto tra la strada costiera che costeggia il Romito, teatro del film “Il Sorpasso”, e bocca d'Arno, arriva da molto lontano. Da un buco nero che ha fatto venire a galla un sistema di potere che si reggeva su uno scambio in cui il consenso era legato a piccoli privilegi: posti negli enti pubblici, nelle cooperative e case popolari, ad esempio. Una struttura che via via si è erosa perché sono venuti a mancare i vaini, insomma, la merce di scambio.
Un esempio? Negli ultimi quattro anni è stato scoperto (prima nessuno cercava?) un piccolo esercito di furbetti degli alloggi popolari che per anni, a volte anche da prima della caduta del Muro di Berlino, hanno usufruito della cosa pubblica attraverso false separazioni, oppure auto certificazioni taroccate. I primi e più famosi a cadere nella rete dei controlli furono i genitori dei calciatori Alessandro e Cristiano Lucarelli, ma dopo di loro è toccato a 23 signori nessuno, o meglio signori furbetti a cui la casa è stata tolta per essere riassegnata.
Dalle quattro mura nei quartieri popolari agli uffici del potere, il sistema non sembra mutare, ma solo cambiare scala e ordine di grandezza. Come le conseguenze. Così anche speculazioni edilizie, sviluppo del porto, mondo dello sport e la gestione delle società partecipate dal Comune, sono finite, esposto dopo esposto sotto l'occhio della magistratura. Per ora nessuna condanna, è bene chiarirlo subito, ma tante ombre, quelle sì.
Il basket. Patrizio Tofani, ex presidente di Basket Livorno, in Legadue fino a sei anni fa, ora indagato per bancarotta, descrivendo il rapporto con l'ex sindaco Alessandro Cosimi spiega: «Io gli chiedevo di spingere con gli sponsor». E il primo cittadino, almeno finché ha potuto, deve avere spinto. Poi però la società ha chiuso i battenti e si è scoperto un buco di un paio di milioni di euro che ha portato al fallimento della srl che ora rischia di trascinare nel baratro anche la Livorno sport, società pubblica che di Bielle controllava il 5% delle quote.
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Il porto. Dal parquet al porto, passione la prima e necessità la seconda, il passo è breve. E l'inchiesta chiusa lo scorso anno sulle presunte irregolarità nella costruzione di Porta a Mare, il villaggio di yacht e case foresteria che ha riempito parte degli spazi del vecchio cantiere navale Fratelli Orlando, ha detto che no, non c'è stato un sistema criminale a pilotare quella rivoluzione, ma la scelta politica è stata chiara: lasciare andare in malora il più grande bacino di carenaggio d'Europa, favorendo in qualche modo il business degli yacht. Così addio anche solo all'idea di smantellare la Costa Concordia tra il molo Mediceo e i Quattro mori. Tanto che proprio il Pd ha subito girato le spalle a questa eventualità appena si è presentata.
Nei giochi dei favori incrociati le malelingue - che a Livorno non mancano - ricordano ora come Roberto Piccini, ultimo esponete della dinastia dei padroni della compagnia portuale, eletto presidente dell'Autorità portuale prima e di Porto 2000 poi, abbia dato in concessione alcune banchine alla Unicoop della famiglia Lucarelli e concluso il periodo di impegno pubblico, sia stato chiamato, ad inizio 2015, a fare il consulente proprio per Unicoop, ora “Lucarelli Terminal Livorno”. Nessun reato, ovviamente, ma certo si alimenta così, la teoria di complottismo e corporativismo rispetto a trasparenza e meritocrazia.
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Le piscine. Se l'acqua salata fa bruciare gli occhi, quella dolce non dà meno pruriti. Anzi. Perché la privatizzazione delle tre piscine comunali, avvenuta nel 2011, invece di portare al Comune quella sospirata virata verso il risparmio e la contrazione delle spese, ha innescato un vortice economico che si è rivoltato contro le casse dell'amministrazione e dunque contro i contribuenti.
Al centro dell'inchiesta aperta dalla Procura per verificare la bontà dell'iter amministrativo sono finite il contratto di concessione tra pubblico e privato nel quale la società concessionaria, Officina dello sport Srl, si accollava i lavori di ristrutturazione, e le due delibere firmate dalla giunta guidata sempre da Alessandro Cosimi (Pd). La prima è del 30 dicembre 2013, la seconda del 21 maggio successivo, che di fatto hanno permesso alla stessa società di farsi versare il costo delle spese, oltre 3,3 milioni di euro proprio dal Comune. Come se non bastasse, da questa melma amministrativa, sono emersi due retroscena: il primo riguarda la stima fatta dall'ufficio tecnico del Comune che aveva dichiarato in poco più di 140 mila euro le spese necessarie per la messa a norma degli impianti pochi giorni prima del contratto di concessione. Il secondo riguarda l'ex assessore allo Sport Claudio Ritorni. Nell'ottobre 2009 avviò la pratica di privatizzazione delle piscine e cinque anni più tardi, quando già si era dimesso, è comparso per un anno nel cda della società vincitrice del bando come consigliere con portafoglio.
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Si occupava di investimenti, garanzie e mutui. In poche parole della ristrutturazione della società. Un incarico che l'ex assessore ha ricoperto per un anno. Replica il presidente di Officina: «Al termine del 2014 - spiega - Ritorni si è dimesso dal consiglio e ha ritenuto finito il suo lavoro di ristrutturazione. Sull'ingresso dell'ex assessore? Sono state fatte scelte societarie e la scelta di Ritorni è una di queste». L'altra è quella di assumere il figlio dell'ex assessore e farlo diventare il responsabile dei tre impianti.
I rifiuti. Dei moderni elementi che governano la società civile, oltre all'acqua, fanno parte senza dubbio i rifiuti, croce e delizia, a seconda delle capacità degli amministratori di turno, di fare le fortune (o le sfortune più spesso) dei conti di una amministrazione pubblica. Bene. A guardare i conti i di Aamps, società per la gestione dei rifiuti controllata al 100% dal Comune di Livorno, c'è poco da stare allegri. L'ultima stima di bilancio, mentre le bollette dei cittadini aumentano, parla di un buco di 23 milioni di euro. E se non fosse stata per una ricapitalizzazione di 2 milioni approvata in tutta fretta a luglio dalla giunta guidata da Filippo Nogarin, che in contemporanea ha pure deciso di commissariare le scelte della partecipata, il futuro sarebbe stato ancora più buio.
Ma oltre ai conti, sulla gestione di Aamps degli ultimi cinque anni, durante i quali ha visto alternarsi più amministratori e presidenti degli allenatori del Livorno calcio voluti dal patron Aldo Spinelli, incombono tre diversi filoni di inchiesta: uno amministrativo, l'altro giudiziario e uno per il momento solo interno. Tanto che a cavallo tra luglio agosto nella sede di via dell'Artigianato sono entrati più uomini delle varie polizie giudiziarie che dipendenti.
Dell'indagine amministrativa, per cominciare da quella più vecchia, si sta occupando, su delega della Corte dei Conti, la Finanza. Al centro degli accertamenti un dossier compilato dagli 007 del Ministero dell’Economia e depositato nell'autunno 2013, dopo l'ispezione fatta nel maggio precedente che cristallizza i guai della società fino al dicembre 2012.
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Dieci i punti oscuri nella gestione che avevano poi indotto i revisori contabili a suggerire al Comune di non approvare il bilancio, poi omologato in extremis proprio dall’allora giunta. Al centro del dossier, tra le altre anomalie su premi e ricompense, «l'illegittimità inerente all'erogazione dei compensi del collegio sindacale» e «l'indebita erogazione di 218.036 euro più Iva e contributi all'ex amministratore unico pro tempore, Angelo Rosi (che in passato aveva traghettato la cessione del Cantiere Orlando ndr), per lo svolgimento delle funzioni di direttore generale, in assenza della relazione finale comprovante il raggiungimento degli obiettivi previsti».
Altro scossone, come se non bastasse, lo ha dato l'ex consulente nominato dallo giunta Nogarin Andrea Marzovilla, in Aamps per sei mesi, che ha raccolto le presunte irregolarità nella gestione della società tra il 2012 e il 2013 in una cartellina verde finita sulla scrivania del pm Giuseppe Rizzo. Così la Procura ha dato mandato alla polizia di vederci più chiaro.
Tra le presunte irregolarità l'installazione di dispositivi satellitari sui mezzi, la messa in sicurezza della discarica di Vallin dell'Aquila, una consulenza legale da 70.000 euro, la risoluzione del rapporto di lavoro con un ingegnere e il reclutamento di otto persone per la lotta all'evasione Tia.
Ironia della sorte, proprio Marzovilla è il protagonista della terza e ultima (forse) indagine su Aamps. Gli agenti della sezione di polizia giudiziaria della Municipale, dopo una denuncia del consiglio comunale, stanno verificando se il consulente avesse diritto a usare l'auto aziendale. E se sì in che momenti della giornata e a che condizioni.
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Il motivo? La vettura, nello stesso arco di tempo in cui è stata utilizzata da Marzovilla, tra il 12 febbraio e il 10 luglio scorsi, è stata multata per sei volte per divieto di sosta, in centro, tra via Ricasoli e via delle Bandierine (anche a mezzanotte). Inoltre è stata coinvolta in un incidente e dalla carta di credito di Aamps sarebbero stati eseguiti pagamenti per carburante per 220 euro. Insomma, si prospetta l'ennesima stortura dove chi da un lato denuncia il malaffare, dall'altro nasconde scheletri, se non nell'armadio, nel portabagagli.
Il futuro. Ecco perché adesso a Livorno, per avere un'altra prospettiva di sviluppo, servirebbe forse allargare lo sguardo - come ripetono i Cinque Stelle senza però aver ancora trovato l'antidoto alla caduta. Il sindaco Nogarin aveva promesso l'arrivo di Esselunga ma l’operazione sembra assai più lenta di quanto previsto. Bus gratis? Un’idea per il lungo periodo. Suolo pubblico gratis per i commercianti che investono? Nessuno sconto in vista. Porta a porta in tutta la città? Lontanissimo dall'essere attuato. E ancora turismo, decoro e rilancio della cultura vanno a singhiozzo. Insomma, la “rivoluzione” si fa attendere.
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Eppure basterebbe prendere esempio dalla vicina Pisa dove governa proprio il Pd. Sotto la Torre, ad esempio, si è consumato l'ultimo sberleffo ai cugini livornesi. A Palazzo Blu, culla dell'arte moderna, a marzo si è chiusa la mostra dedicata ad Amedeo Modigliani, livornese nato in via Roma. Livorno celebra il suo Picasso con una casa Natale aperta a intermittenza e iniziative di singoli coraggiosi. Ma la mostra “Modì et ses amis”, organizzata da Fondazione Pisa, si è chiusa con un bilancio record: oltre 800 visitatori al giorno che hanno fatto registrare un totale di oltre 100.000 biglietti in sei mesi. Una cosa da non credere, pensando all'indotto che ha prodotto: caffè venduti, panini imbottiti, gadget regalati e notti passate in hotel. Peccato che venti chilometri più a sud, nella città delle beffe, nessuno sia riuscito a farci una bella risata. Nemmeno stavolta che di mezzo c'era uno scherzetto dei vituperati cugini pisani.
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