Il Tirreno

Livorno

Sforzi impossibili per dimostrare di essere immortali

di Stefano Bartoli
Sforzi impossibili per dimostrare di essere immortali

«Si arriva a 40 anni con l’incubo di non essere più giovani se fate sport rilassatevi, tanto non dovete fare le Olimpiadi»

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«Mi sembra che queste cose, cioè le morti legate a pratiche sportive forse un po’ troppo azzardate, o comunque poco controllate per l’età che si ha, siano sempre più frequenti. L’impressione è che si arrivi ad esempio ai quarant’anni con l’incubo di non essere più giovani e che si debba dimostrare qualcosa, con conseguenze talvolta tragiche». È molto accurata l’analisi di Paolo Crepet, psichiatra, scrittore e sociologo, ospite frequente di tante trasmissioni televisive: l’episodio dell’uomo che ha avuto un malore fatale ieri a Ponte a Elsa mentre giocava come ospite di una squadra di calcio non è affatto isolato e (vedi anche le statistiche che pubblichiamo a parte) va a far parte di una casistica che si ripete con impressionante regolarità.

Partiamo proprio da quello che diceva lei e cioè il fatto che a quarant’anni si facciano sforzi al di sopra delle possibilità e, a volte, senza neanche controllarsi da un punto di vista medico-sportivo.

«Io ricordo il compleanno dei miei quarant’anni che è passato da un pezzo. Ecco, me lo ricordo un po’ triste, ma certamente non come un incubo, cosa che mi sembra invece essere molto frequente al giorno d’oggi».

Insomma, siamo davanti ad un cambiamento sociale. Ma perché si è affermato questo cambio di mentalità?

«Adesso mi pare che si sia affermato soprattutto questo aspetto dell’immortalità ad ogni costo. Una situazione molto curiosa per cui, come accade per molte persone che conosco, se non fai la maratona di New York sei ormai da buttare via. Insomma, devi fare qualcosa di particolare per dimostrare che sei ancora in grado di farla».

Questo però anche a costo di mettere a repentaglio la vita: si gioca a calcetto sotto il sole d’agosto all’ora di pranzo, cosa veramente accaduta nel corso di questa estate con tanto di vittima finale.

«La verità è che a questo cose non ci pensano proprio. L’importante è che uno faccia tutto e che non si trovi ad essere preso in giro dagli amici, con conclusioni a volte tragiche. Mi viene da dire che in fondo è come buttare via il bambino insieme all’acqua sporca».

In realtà di sport muore un po’ troppa gente, e il riferimento non è certo a chi ha deciso di farlo diventare una professione.

«Non c’è niente di strano a praticare un’attività sportiva, ma bisogna anche rendersi conto che certe cose, ad una certa età, non ce le possiamo più permettere. Anche se c’è la voglia, è il fisico che non ci segue più e, se le cose vanno storte, ci scappa pure il morto».

Lei, oltre che un personaggio noto come esperto di psichiatria, è naturalmente anche un medico. Che consigli si sente di dare?

«Il mio consiglio da medico? Se uno vuole fare sport è bene che si sottoponga a tutte le visite e agli esami previsti dall’attività che si vuole praticare: non garantiscono al cento per cento, ma sicuramente sono fondamentali. E poi, da un punto di vista di mentalità, voglio aggiungere un’altra cosa: cercate di rilassarvi, tanto dopo una certa età alle Olimpiadi non ci andrete di certo e tantomeno riuscirete a vincerle».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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