Gioco
Mondo dello sport in lutto, addio a Paolo Fredianelli
Aveva maturato una passione viscerale per il basket e il calcio: ai tempi gloriosi della Pallacanestro Livorno, era una "istituzione" tra i tifosi.
LIVORNO. Ha lottato fino all'ultimo contro quel "male bastardo", come lo chiamava lui, con la stessa tenacia e la stessa forza d'animo che ha contraddistinto tutta la sua vita. Ha combattuto con le unghie e con i denti, per se stesso e per i suoi cari: dalla moglie Luciana alla figlia Viola, che gli aveva regalato la gioia più grande, quella di una nipotina che era la luce dei suoi occhi. Poi, alla fine, dopo avergli dato del filo da torcere per tanti mesi, si è dovuto arrendere alla malattia. Paolo Fredianelli si è spento nella notte tra martedì e mercoledì nella sua casa, circondato dall'affetto dei familiari. Avrebbe compiuto 65 anni il prossimo 10 settembre.
Paolo era molto conosciuto in città. Per la sua Livorno nutriva un amore incondizionato. E fin da giovanissimo aveva maturato una passione viscerale per il basket e il calcio. In particolare, ai tempi gloriosi della Pallacanestro Livorno, era una vera e propria "istituzione" tra i tifosi. Come tanti altri trascorreva il tempo libero alla sede di via Cecconi, una specie di seconda casa per lui e per tutti gli amici biancoazzurri. Spesso, anche di recente, amava ricordare gli aneddoti legati alla "Triglia" e le ore trascorse fuori dal palazzetto il giorno prima della partita, quando era lui, visti i buoni rapporti che aveva con alcuni dirigenti della Pl, a informare i tifosi in trepidante attesa sulle condizioni dei vari Addison, Rolle, Lanza, Diana e Bonaccorsi e sul conseguente "toto-formazione".
Se una metà del cuore era biancoazzurra, l'altra era amaranto: raramente Paolo si perdeva una partita del Livorno, che fosse la stagione della C2 o della serie A, in casa o in trasferta. Al Picchi è stato presente fino alla primavera scorsa, anche quando il brutto male, che già aveva dovuto affrontare nel 2014, si era ripresentato. Paolo esprimeva le sue opinioni sulla squadra tramite il suo profilo di Facebook, dove comunicava agli amici anche le sue condizioni di salute. A marzo, ad esempio, ringraziava tutti quelli che con il loro supporto lo avevano aiutato ad affrontare uno dei momenti difficili durante la terapia. Diceva di sentirsi "forte come un leone", e con la sua tipica ironia spiegava di "aver dato una pedata al bastardo mandandolo fino alla Meloria".
A combattere, accanto a lui, c'è sempre stata la sua splendida famiglia. A cominciare dalla moglie Luciana, inseparabile compagna di vita sin dai tempi dell'adolescenza, che con lui condivideva la passione per la Pallacanestro Livorno. E poi ovviamente la figlia Viola, alla quale Paolo riservava un affetto smisurato. Non a caso l'agenzia immobiliare che i Fredianelli avevano aperto negli anni '80 si chiamava "Viola Immobiliare". Proprio la figlia gli ha dato la forza di lottare fino all'ultimo, perché per nessun motivo il babbo si sarebbe perso l'importante traguardo del matrimonio con Simone Benelli (avvenuto nel settembre 2014) che Paolo considerava un secondo figlio. E poi la gioia nel veder crescere la nipotina Greta di 6 anni: lui la accompagnava tutti i giorni a scuola, lei, nei brevi periodi di ricovero in ospedale, gli faceva compagnia andandolo a salutare dalla finestra.
Greta era "l'amore di nonno". "È lei - diceva Paolo - che mi raddoppia le forze per combattere". E questo, unito al suo spirito guerriero, gli ha permesso di ricacciare più volte indietro la malattia. Anche all'ultimo, quando il male si era fatto più duro, spiegava di essere stanco sì, ma pur sempre felice. Alla fine Paolo è uscito sconfitto da una battaglia che ormai non poteva più vincere. Lo ha fatto però avendo accanto le persone care al suo fianco, assistito fino all'ultimo dai medici e dagli infermieri del reparto di Cure Palliative. I funerali si terranno giovedì 3 settembre alle 16 al cimitero dei Lupi.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
