Italia
TRATTIAMOLI DA ANIMALI NON DA UMANI
SIMONE LENZI. Periodicamente balza alla cronaca la notizia di un cane che azzanna un essere umano. Magari purtroppo un bambino. Ne seguono discussioni interminabili, spesso invelenite, in cui domina...
SIMONE LENZI. Periodicamente balza alla cronaca la notizia di un cane che azzanna un essere umano. Magari purtroppo un bambino. Ne seguono discussioni interminabili, spesso invelenite, in cui domina però inevitabilmente la più ovvia delle ovvietà: la colpa non è mai dei cani, la colpa è sempre dei padroni.
Ovviamente sì, sono d'accordo. Lo dico da affezionatissimo padrone di due meticci, uno dei quali di stazza non proprio minimale: se il mio cane mordesse qualcuno, sarebbe solo colpa mia. Per questo ad esempio non lo porto al mare senza guinzaglio, in balìa di gente che non conosciamo né io né lui. Ma il fatto che un cane che azzanna qualcuno non abbia mai colpa è però qualcosa che andrebbe davvero compreso e accettato fino in fondo, per tutto quello che comporta.
Prima di tutto, questa assenza di colpa, ci insegna che, al contrario di quel che dimostrano di credere certi animalisti (o animalari, come mi viene da chiamarli), i cani non li disegna Walt Disney: in altre parole, non sono la bella copia di come vorremmo che fossero gli esseri umani. Non sono innamorati, fedeli, affettuosi e innocui perché li disegniamo così noi. Sono animali senza colpa, appunto: capaci di commovente affettività o di violenza cieca, a seconda che si sentano al sicuro o minacciati, parte di un branco in cui i ruoli sono assegnati armoniosamente o bestie scompensate, pronte ad attaccare. Per questo la colpa è sempre del padrone.
Un animale che si sente minacciato e costretto in un angolo, per quanto buono possa essere, ti aggredisce: dal suo punto di vista, fa quello che può per difendere se stesso o il branco da ciò che interpreta come una minaccia. La responsabilità del padrone consiste appunto nel fare in modo che non possano darsi occasioni in cui il suo cane si senta così. Tutto qui. Quanto poi alle razze, è certamente vero che conta assai più l'indole individuale e l'educazione alla socialità che non il fatto di appartenere a questa o a quella razza canina.
Se questo è vero però, soltanto un cretino non comprende che il carico di responsabilità che deve necessariamente accollarsi chi possiede un rottweiler da cinquanta chili è di sicuro maggiore rispetto a quello che si assume chi si è preso un barboncino che ne pesa tre (benché ricordi un tale che dovette ripagare a un pastore la pecora che il suo bassotto era riuscito a far precipitare in un dirupo). In definitiva però credo che voglia davvero bene ai cani chi li considera per quello che sono, senza proiettare su di essi vizi e virtù umane. Credo che voglia davvero bene ai cani chi crede che cani e uomini siano due specie differenti e che, per quanto sia meraviglioso vederle interagire in armonia, alla fine ogni specie difende la tana, il territorio e i suoi piccoli, in vista della sua perpetuazione. Per questo, appena ho letto la notizia del bambino morso dal rottweiler alla Cala del Leone, io mi sono subito preoccupato del bambino e, con me, penso, tutti quelli che ancora conservano un minimo di salute mentale.
Gli altri invece sono corsi subito davanti alla tastiera a mettere le zampe avanti, pardon le mani, come se fossero vice-cani o cani ad honorem. Mi accorgo insomma di come un numero crescente di esseri umani riesca ad avere rapporti affettivi decenti solo con creature che non parlano e che scodinzolano sempre: posso capirne le ragioni, certo. Nessuno però si inganni: questo non ci dice nulla sulla natura dei cani. Ci dice invece moltissimo sulla nostra umanità difettosa.
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