Toscana
Non fatene la nostra Concordia
Tragedia sul lavoro (e affondamento della nave) mentre è in corso la gara per far rinascere il bacino
Questa morte sul lavoro non può essere liquidata con il mantra rituale che, con un po’ di rabbia e un po’ di cordoglio, assolve tutti e tutto lascia com’è. Stavolta non è proprio possibile.
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Non è possibile che si continui a crepare di lavoro, e a crepare su quella striscia fra terra e mare che sono le banchine e che sono i cantieri. È accaduto nel marzo scorso: è morto un marittimo filippino di 63 anni schiacciato da un fork lift in una notte di pioggia (e quattro anni prima a un camionista umbro). È accaduto più indietro nel tempo: in dieci mesi a cavallo fra inverno ’99 e l’estate successiva in una sequenza di tre tragedie sul lavoro muoiono tre operai, tutti fra 35 e 45 anni, negli anni del Cantiere in forma di coop: un livornese, un napoletano e un albanese. Senza contare che nel 2010 un lavoratore albanese di 38 anni era annegato nel bacino galleggiante, quando la concessione era già stata provvisoriamente “ereditata” da Benetti. Non è accettabile, però, neanche che adesso questa nave diventi la Concordia di casa nostra: la giustizia non diventa affatto più giusta se va lemme lemme con il passo di lumaca. Anzi, al contrario. Il relitto è piantato esattamente nel bel mezzo del bacino proprio adesso che siamo esattamente nel bel mezzo della gara per affidarlo: già fatto il vaglio preliminare, sta per partire la gara vera e propria (e all’Authority contano di arrivare all’aggiudicazione verso fine anno).
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È durata fin troppo l’interminabile fase transitoria seguita alla vendita del Cantiere-coop, sarebbe una beffa proprio per chi lavora - operai e imprese - se le esigenze di giustizia diventassero un alibi ulteriore per parcheggiare nel limbo il sistema dei bacini. Non si tutelerebbero né il lavoro né i lavoratori.
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