Il Tirreno

Livorno

«C’era un buco nello scafo, la nave imbarcava acqua»

di Federico Lazzotti
«C’era un buco nello scafo, la nave imbarcava acqua»

Il cantiere Montano: ecco perché abbiamo interrotto la messa in mare

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LIVORNO. Mario Aldo Montano e Matteo Cerulli, proprietario e direttore dell’omonimo cantiere navale, sono abbracciati e sorridono soddisfatti. Sullo sfondo la nave “Urania” sta per essere sottoposta a un intervento di alta chirurgia navale: tagliata a metà e allungata di sei metri. Era il 24 aprile di quest’anno. Quattro mesi e un giorno dopo, la nave oceanografica di proprietà della So.pro.mar, in affitto al Cnr, è inclinata su un fianco, affondata per metà dentro al bacino del porto di Livorno dal quale doveva prendere il mare per iniziare la sua nuova vita.

«Ad oggi - spiegano dal cantiere Montano - non siamo in grado di dire che cosa abbia causato l’incidente. Le uniche certezze sono che la messa in mare è stata interrotta perché ci siamo accorti che c’era una perdita dall’elica di poppa ed entrava acqua nella sentina. Poi possono essere successe tre cose: il collasso della platea del bacino di carenaggio, il cedimento di un puntello, oppure il legno che sorreggeva la nave può essere scivolato. Così la nave ha perso l’equilibrio e a quel punto senza l’appoggio dell’acqua sotto è rimbalzata sul bacino. Ma il dramma vero è un altro, che nell’incidente abbia perso la vita una persona».

Partiamo dall’inizio, che cosa era in programma martedì all’interno del bacino?

«Urania doveva essere messa in mare per la prima volta dopo l’intervento di chirurgia navale, ma quando ha toccato l’acqua ci siamo accorti che c’era un’infiltrazione da una guarnizione che era stata appena messa nuova da una ditta delle Marche e dunque ancora in garanzia. L’acqua zampillava, ma una cosa è sicura: quell’infiltrazione non poteva compromettere il galleggiamento dell’imbarcazione, bastava mettere in azione la pompa di sentina per risolvere la situazione».

Quindi cosa è stato deciso di fare e come avete proceduto?

«È stato deciso di riportare la barca in secco sulle taccate per poi riparare il danno smontando l’apparato e inserire una nuova guarnizione. Ma quel tipo di intervento non si può fare quando l’imbarcazione ha lo scafo in mare. Comunque, prima di procedere con questa operazione il responsabile del bacino, per scrupolo e sicurezza in accordo con il comandante, ha chiesto l’intervento dei sommozzatori per verificare che la nave fosse dritta sulla taccata. È da questo controllo che è emerso, al contrario, che lo scafo era leggermente sbadato a sinistra».

Ma sono cose che possono capitare?

«Non sempre, ma possono capitare durante operazioni simili».

E come è stato risolto il problema?

«È stata messa una zavorra mobile per poi spostarla in caso di dislivello. Per bilanciare e rimettere in assetto la nave è stato invece inserito un carico di alcune tonnellate sul lato di dritta».

Dunque, a questo punto Urania dove essere dritta sulle taccate e in secco?

«Esatto, ma uno dei puntelli subacquei è rimasto bloccato ed è stato necessario posizionarlo di nuovo. È in questo momento che abbiamo visto per la prima volta la nave ondeggiare verso sinistra. Pensate che all’Urania per stare a galla bastano due metri e ottanta d’acqua, ma in quel momento sotto non c’era più nessuna spinta del mare».

È in questo momento che la nave si è piegata?

«Pochi istanti dopo il puntello è definitivamente collassato come se avesse dovuto sorreggere un peso maggiore rispetto a quello che poteva sopportare. Con sé credo che ne abbia strappati altri tre come in un effetto domino. Allora la nave è uscita dalla taccata ed è andata a sbattere contro il bacino galleggiante».

A bordo tutto è crollato, i corpi dell’equipaggio sono stati sbattuti da una parte all’altra della coperta. Che cosa avete visto in quel momento?

«Quando lo scafo si è inclinato sulla sinistra abbiamo visto che aveva subito un danno, in particolare al fasciame, la parte dell’imbarcazione che di solito è sommersa».

È per questo che Urania ha imbarcato acqua ed è praticamente affondata?

«Sì, l’acqua a quel punto è entrata nella sala macchine».

Ma quella ferita da cosa può essere stata causata? E soprattutto è possibile farla risalire al momento dell’incidente oppure a un momento precedente?

«La cosa più probabile visto che la nave era stata controllata, è che a fare quel foro nello scafo sia stato il puntello che ha ceduto, oppure la tacca quando ha smesso di sostenere l’imbarcazione».

Possibile che la ferita sul fasciame sia dovuta o comunque riconducibile all’intervento di chirurgia al quale avete sottoposto Urania nell’aprile scorso?

«Tutto è ovviamente possibile e toccherà alla magistratura nella quale abbiamo estrema fiducia ricostruire quanto successo. Possiamo soltanto dire che le saldature che abbiamo effettuato per l’allungamento della nave oceanografica sono state tutte certificate e controllate attraverso esami magnetoscopici».

Di che cosa si tratta?

«In pratica attraverso una sonda si va a verificare lo spessore dell’intervento. Più semplicemente ancora si può vedere se la saldatura ha agito sui lembi oppure all’interno ci sono dei vuoti, il che vorrebbe dire che l’intervento non è riuscito».

E cosa hanno detto i test che avete fatto?

«Che la nave era certificata e che quindi la saldatura era stata fatta correttamente. Ad ulteriore precisazione, c’è da dire che la falla che si è creata è in una zona poppiera, lontano dalle saldature. Dunque in una parte già esistente della nave. La falla potrebbe essere anche nella zona dell’allungamento, ma in ogni caso, la ferita potrebbe essere avvenuta durante l’incidente. La verità, scopriremo solo oggi attraverso l’ispezione subacquea dei vigili del fuoco che attraverso un rov effettueranno dei filmati subacquei che ci diranno i danni ».

Ora il futuro dell’Urania qual è?

«Dipende dai tempi per rimuoverla dall’acqua, se lo faranno entro quindici giorni c’è la possibilità di valutarne un recupero, chiedendosi anche se ne vale la pena». Altrimenti quello che doveva essere un nuovo inizio per Urania sarà il primo passo verso la fine.

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