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Chiede il congedo parentale perché il figlio è malato: licenziata
Livorno, la commessa del tabacchi al Mercato centrale ha fatto ricorso al giudice: «Il datore ha commesso un’irregolarità, ecco perché deve essere reintegrata»
LIVORNO. Ha chiesto un congedo parentale dal lavoro di sei mesi «per i gravi problemi di salute dei figli» e si è ritrovata disoccupata: licenziata in tronco dal tabacchi del Mercato centrale dove lavorava - con alcuni momenti di pausa - da quindici anni. La storia di mamma Barbara, è l’ultima di una lunga serie di cause di lavoro finite in Tribunale con il reintegro del dipendente scaricato per comportamenti anti sindacali del datore, in particolare discriminatori.
In questo caso, scrive il giudice Raffaella Calò nella sentenza depositata alla cancelleria civile nelle settimane scorse, «il motivo determinate della scelta di licenziare la ricorrente, a fronte della obiettiva soppressione di un posto di lavoro», è da ricondursi «alla fruizione dei congedi parentali da parte della donna dopo che la stessa aveva fruito del periodo di astensione obbligatoria e facoltativa per maternità».
Ecco perché nel dispositivo il magistrato ha deciso «il reintegro del posto di lavoro occupato alla data del licenziamento, oltre che al risarcimento del danno in favore della ricorrente pari alla retribuzione globale dal giorno del licenziamento nonché al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali».
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La denuncia. La battaglia di Barbara per riprendersi il lavoro è iniziata il 5 aprile 2014, all’indomani della ricezione della raccomandata nella quale veniva avvisata che a partire dal 6 maggio successivo avrebbe dovuto cercarsi un altro impiego in ragione - si legge nella lettera - «della diminuzione dell’attività aziendale e in conseguenza della necessaria riorganizzazione dell’attività lavorativa con la soppressione del posto di lavoro che ricopriva». È con questo avviso in mano che la donna si è presentata nella sede provinciale della Uil Tucs e più precisamente dal segretario provinciale Sabina Bardi. Dal sindacato alla scrivania dell’avvocato Elena Giuliano il passo è stato breve.
«Abbiamo impugnato il licenziamento - racconta il legale - puntando su tre aspetti: la discriminazione patita dalla cliente, la scelta di licenziare quest’ultima invece della collega con una minore anzianità di servizio e infine il particolare assolutamente centrale in cui il licenziamento è arrivato dopo che la dipendente era andata prima in maternità e successivamente aveva usufruito di un congedo parentale di cui aveva informato mesi prima i titolari».
I motivi della sentenza. Il giudice nel lunghissimo dispositivo ha accolto due dei tre punti elencati dal legale della dipendente nel ricorso. Il magistrato, infatti, ha escluso che si sia trattato di un licenziamento discriminatorio, ma che la donna abbia perso il lavoro «a causa della fruizione dei congedi parentali». Negli ultimi due anni, ammette il giudice, l’impiegata a differenza della collega assunta successivamente, «si è astenuta dal lavoro per un periodo non certo breve», elemento che però «non costituisce ragione obiettiva da determinare l’esistenza del giustificato motivo oggettivo di licenziamento». Un lungo capitolo è poi dedicato alla scelta dei proprietari di licenziare la più anziana delle dipendente.
La giustificazione dei titolari ha riguardato da un lato le difficili condizioni di salute della collega e dall’altro la maggiore facilità dell’impiegata licenziata - a loro parere - di ritrovare un lavoro e di avere addirittura un compagno e una casa di proprietà. Ritiene il Tribunale - conclude il giudice - che «anche laddove volesse ritenersi credibile questa versione, i criteri di scelta del lavoratore da licenziare vanno in contrasto con esigenze di correttezza e buona fede che impongono l’adozione di criteri obiettivi e conoscibili». Che in questo caso sono effettivamente mancati.
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