Falsi separati da 30 anni per tenere due case popolari
Livorno, marito e moglie sono stati indagati per truffa ai danni dello Stato e falso: volevano lasciare un immobile al nipote
LIVORNO. Sarebbe durata una trentina d’anni la più lunga messa in scena mai scoperta per mantenere, oppure non perdere - a seconda dei punti di vista - l’assegnazione di due case popolari: una in via Piccioni, alla Scopaia, l’altra in via Giolitti, quartiere Shangai. E se il nucleo di polizia giudiziaria della Municipale non avesse scoperto il presunto raggiro, i due coniugi erano pronti a scrivere il loro finale perfetto: lasciare un appartamento, in dote al nipote che, a sua volta, aveva già fatto richiesta a Casalp di andare a risiedere con la nonna.
L’ennesima presunta truffa ai danni dello Stato, condita da false auto certificazioni, comincia nel 1986, il sindaco di Livorno è Roberto Benvenuti, e in quel periodo Graziella e Mauro si presentano dal giudice per firmare la separazione. Un atto che da un lato scioglie il nucleo familiare, ma soprattutto fa sì che i due redditi non siano cumulabili agli occhi di chi dovrebbe controllare la regolarità delle assegnazioni. Per sviare ogni sospetto - è la ricostruzione di chi indaga - la donna prende poi la residenza a casa del padre, a Shangai, mentre l’ex marito resta in quella della Scopaia.
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Secondo gli investigatori però, questa separazione non si sarebbe mai realizzata. Tanto che marito e moglie sarebbero rimasti a vivere insieme in via Piccioni, mentre il padre della donna avrebbe abitato da solo nell’altro immobile fino alla sua morte, avvenuta nel 2010, quando la figlia, che sulla carta viveva con lui, diventa così per diritto di discendenza titolare dell’assegnazione dell’immobile. A mettere gli investigatori sulle tracce della coppia, un esposto anonimo arrivato a inizio 2015. Nella denuncia si dava conto del raggiro, si facevano nomi e circostanze, e si invitava l’autorità giudiziaria a indagare per smascherare la furbata. A distanza di cinque mesi dall’apertura dell’indagine, siamo nel maggio scorso, è stato trasmessa alla Procura la notizia di reato. Nell’incartamento finito sulla scrivania del pubblico ministero Massimo Mannucci, una serie di prove che dimostrerebbero la malafede dei coniugi. Oltre alle testimonianze dei vicini, che hanno spiegato di non aver mai visto la donna a casa del padre negli anni in cui, invece, avrebbe dovuto soggiornarvi, sono stati eseguiti anche altri accertamenti. A cominciare dagli appostamenti e dalle verifiche sui consumi di acqua, luce e gas.
Bene, dalle indagini, è emerso che in via Giolitti l’acqua sia stata addirittura staccata a partire dal 2013 e che all’interno dell’immobile nei mesi scorsi siano stati effettuati diversi lavori. Il motivo dell’ammodernamento - secondo la municipale - è che in quella casa avrebbe dovuto andare ad abitare il nipote della coppia che con questo “giochino” - lo stesso fatto con il padre della donna - avrebbe un giorno ereditato l’immobile. «In questo caso specifico - spiega chi ha portato alla luce il raggiro - non c’è stato alcun danno economico per le casse di Caslap, visto che i pagamenti sono sempre stati regolari. Ma il danno è stato nei confronti di chi aveva diritto a un alloggio e non l’ha potuto avere perché era occupato senza i necessari titoli», peggio con una messa in scena durata 30 anni.
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