Il Tirreno

Livorno

Migranti, a migliaia in fuga mentre qui si litiga

Omar Monestier
Migranti, a migliaia in fuga mentre qui si litiga

L'editoriale del direttore. La buona volontà italiana è insufficiente a governare la crisi. E soprattutto non è la risposta che serve

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Vederli mentre si lanciano contro il filo spinato pur di entrare in Macedonia e da lì in Serbia e infine su su fino all’Ungheria, oppure nell’atto di offrire i figli piccoli alla Polizia perché li salvi conducendoli oltre il confine. Stipati nei treni, in cammino sui binari, in corsa sui campi mentre gli agenti li inseguono e, infine, li prendono a manganellate. Non è abbastanza per dire che l’esodo ci sta travolgendo mentre noi, il continente Europa, balbettiamo timide risposte, senza affrontarlo? Migliaia spingono da est, altre migliaia in queste ore stanno attraversando il mare da sud. Ha ragione l’Italia, il dramma dei rifugiati non può essere lasciato in capo alle nazioni che si affacciano sul Mediterraneo. Hanno ragione i nostri sindaci, non possono pensarci solo il ministero degli Interni, le prefetture, le Regioni, le amministrazioni comunali.

Il dibattito nazionale è tutto incentrato sullo scambio di accuse fra governo e opposizione, un incrocio desolante di sciabolate mediatiche mentre la grande fuga continua incessante e ingestita. Si può essere d’accordo oppure no, ma dare del comunista a un vescovo che chiama a un maggiore impegno la comunità politica non aiuta e, soprattutto, non cambia di una virgola lo stato delle cose. Invece che da tribune contrapposte quanto più utile potrebbe essere all’Italia se Chiesa e Lega, Governo e opposizione, provassero a ragionare su un modello di gestione dei flussi se non condiviso da tutti almeno largamente condiviso? Solo così il Paese sarebbe in grado di recarsi in Europa con la forza che serve per ottenere un principio di strategia comune a tutte le cancellerie, anche militare. Non c’è altra possibilità. Come si sta vedendo, a tutti i confini più esposti dell’Europa la pressione migratoria non accenna a diminuire. Grecia, Macedonia, Ungheria sono oggi nelle nostre condizioni. Francia e Gran Bretagna stanno scoprendo che i rifugiati passano, nonostante i cordoni di sicurezza. Senza la stabilizzazione delle nazioni in guerra come la Libia e la Siria nulla cambierà.

L’ondata di profughi inizia ad assumere dimensioni rilevanti anche in Toscana. Perfino un presidente dialogante e accogliente, come Enrico Rossi, ha iniziato a mandare segnali al Governo affinché riduca i trasferimenti. Entro settembre sul nostro territorio i profughi saranno intorno ai settemila. Importanti problemi logistici iniziano a palesarsi. A Lucca la scelta del prefetto di portarli in città in gruppi numerosi ha indotto il sindaco, anch’egli prima aperto all’accoglienza, alla protesta. Insediamenti non più trascurabili di decine di persone stanno allarmando le comunità più bendisposte. E i costi, sciorinati da Matteo Salvini a ogni piè sospinto, stanno aprendo crepe nell’opinione pubblica, anche in quella toscana, che finora non si era mai dimostrata ostile.

È possibile che l’Italia sia in grado di fare ancora molto, senza essere messa a repentaglio. Ma va cambiato il modo di porsi sia nei confronti della popolazione che dei rifugiati, spesso accolti e poi abbandonati a se stessi. La Regione non fa mistero di voler tenere impegnati tutti coloro che sono nelle sue strutture, scoprendo che non è facile a causa della serie di complicazioni burocratiche stabilite a livello centrale. Il tema della percezione dell’insicurezza che si sta generando è totalmente sfuggito di mano allo Stato. E i prefetti stanno agendo, in taluni casi, come gli antichi podestà. Le minacce di requisire gli immobili, qualora le amministrazioni comunali non contribuiscano, sono assai pericolose. Ecco, il proponimento che i funzionari statali usino il pugno di ferro con i sindaci quando essi stessi non lo sanno utilizzare neppure per fermare i funerali del clan Casamonica a Roma, è la mina che manca per far saltare la solida solidarietà dei toscani. È necessario ricominciare daccapo, tornando sui territori a parlare con i municipi e con i cittadini. È l’unico sistema per evitare il conflitto noi-loro che si inizia a percepire anche qui. Tuttavia, questo non è che un tassello. È in Europa che bisogna costruire la via d’uscita. Lì si spende e si misura la credibilità di Matteo Renzi e dell’Italia.

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