Toscana
Vasche di colmata, la Regione sblocca il consolidamento
Porto di Livorno: verso una soluzione il problema del consolidamento dei fanghi delle vasche di colmata che si trasformeranno nei piazzali della maxi-Darsena. La Regione dice sì
LIVORNO. Gli occhi di tutti sono rimasti per mesi e mesi puntati sul porto che non c'è ancora: gli incartamenti relativi alla nuova Piattaforma Europa sono finiti nel tritacarne di scontri e duelli sul ring della politica. È sfuggito, però, un problema ben più concreto che pure è già effettivamente presente in quell’assaggio di maxi-Darsena che sono le vasche di colmata: sotto una crosta superficiale spessa un metro o talvolta due, sono una pappetta di fanghiglia queste aree dove per anni sono stati sversati i sedimenti dragati dai fondali del porto. E se gli 80 ettari delle vasche di colmata hanno un ventre così molle, è ben difficile immaginare che possano reggere il peso di una stazione ferroviaria per i treni porta-container o avere una portanza adeguata a sostenere gru kolossal in grado di avere uno sbraccio fino alla ventesima fila di container.
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La questione è stata sollevata a più riprese su queste colonne fin dall’aprile dello scorso anno. Qualsiasi tentativo cozzava contro il diktat ministeriale: sul fondo della vasca era stato steso un bio-tessuto che “fodera” uno strato di polietilene ad alta densità (Hdpe) alto due millimetri, impossibile qualunque intervento perché la guaina protettiva non poteva essere assolutamente forata.
Invece adesso, in un venerdì della pausa ferragostana, da Firenze è arrivata sulla scrivania di Giuliano Gallanti, commissario dell’Authority, la documentazione con cui la Regione Toscana invece dà l’ok. È stata accettata l’indicazione dell’Autorità Portuale di Livorno: l’équipe guidata dall’ingegner Giovanni Motta che a Palazzo Rosciano segue questa vicenda ha presentato analisi in cui si dimostra che nelle due vasche di colmata non c’è materiale inquinato. Non solo: comunque sia, gli studi diffusionali dimostrano che non c’è alcuna possibilità che eventuali particelle inquinate oltrepassino l’argine e finiscano in mare aperto.
E adesso? L’Authority metterà mano a un progetto geotecnico di consolidamento. Niente di avveniristico: a quanto sembra, dovrebbe trattarsi di una metodologia che si adatterà a una situazione attualmente a macchia di leopardo (tanto per profondità delle vasche quanto per tipologia dei fanghi contenuti). Ad esempio, in alcune zone più molli potrebbe trattarsi di “jet grouting” con iniziezioni di cemento a profondità variabile mentre, in zone già più consistenti, forse ci si potrebbe limitare ad aggiungere materiali che accrescano la densità di quella poltiglia.
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Il punto di svolta è la perforabilità della geomembrana stesa sul fondale: e – detto con una sintesi un po’ grossolana – la Regione l’ha autorizzata anche perché non reputa che quei fanghi sia un rifiuto pericoloso per l’ambiente. Non dimentichiamoci che in passato su quegli stessi fanghi erano scattate inchieste della magistratura (poi concluse con l'archiviazione): in un caso era bastato anche un campione fuori regola rispetto alla campagna di escavi portuali...
In realtà, alla fine degli anni ’90 era stata proprio una battaglia ecologista a far nascere a Livorno la prima vasca di colmata: un parallelogramma all’esterno della Darsena Toscana lato mare dove scaricare i detriti melmosi escavati man mano dai fondali del porto (che in precedenza venivano buttati al largo). Erano stati il consigliere comunale verde Carlo Alberto Trespoli e la deputata Laura Cima a dare battaglia in questo campo, anche con tante resistenze da parte del mondo portuale. Ma gli ambientalisti volevano puntare sul rafforzamento della portualità (e del cabotaggio) per dare alla domanda di trasporto una risposta che non fosse più centrata tutta sul binomio camion-autostrada.
A dirla tutta, qualcosa del genere si era visto negli anni ’60 nella laguna di Venezia per la creazione della zona industriale di Marghera ma in tutt’altro contesto e comunque con esiti tali che, stante il delicatissimo equilibrio all’interno della laguna, il progetto restò a metà.
Questa è una storia differente e l’esperienza livornese ha in qualche modo fatto scuola, visto che quasi non esiste porto che non abbia bisogno di una manutenzione periodica dei fondali a suon di dragaggi. Ma basta guardare la mappa della Darsena Europa per vedere che in parte è sovrapponibile alle vasche di colmata esistenti attualmente. In parte sì: perché, con lo stesso meccanismo dei fanghi sversati all’interno di uno spazio delimitato, si conta di realizzare gli altri piazzali. Tradotto: è come se fossero previste le vasche tre e quattro in cui rovesciare quel che verrà escavato dai fondali per arrivare a meno 16 (o a meno 18, come chiede il governatore Enrico Rossi fin da subito mentre l’Authority sembra orientata a prevederlo in un secondo momento).
È chiaro che bisognerebbe aspettare un bel po’ di tempo se i tempi di consolidamento della fanghiglia fossero lasciati al trascorrere del tempo: a maggior ragione adesso che si è formata la crosta superficiale. Ma se la maxi-Darsena mantenesse le proiprie fondamenta nel fango, non basterebbe né far camminare l’iter burocratico né aver raccolto canali di finanziamento pubblico e nemmeno andare ora a caccia di investitori privati: fortuna che la Regione ha restituito margini di manovra ai tecnici dell’Authority.
Porto di Livorno: Vasca Colmata/3
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