Gioco
Visite e degenze nei box : più privacy per i pazienti, ecco il nuovo pronto soccorso
Livorno Il responsabile del reparto tra cambiamenti in arrivo, limiti e progetti futuri, Bertini: sarà organizzato meglio lo spazio dove controlliamo le persone
LIVORNO. Non sarà il County general hospital di Chicago, non c’è la telecamera che riprende e il canale della Cbc che trasmette, ma i ritmi dei camici bianchi del pronto soccorso di Livorno sono comunque serrati, stile E.r., la serie tv a stelle e strisce. Trecentosessantacinque giorni all’anno, h 24. Parola del responsabile, direttore facente funzione Alessio Bertini.
«Siamo un ospedale importante a livello regionale con un pronto soccorso da 70mila accessi l’anno, forte di tecnologie di grande livello a garanzia di sicurezza per i pazienti e per noi: ci sono alcune cose da migliorare e con la direzione sanitaria c’è un dialogo aperto su questo fronte con novità in arrivo», racconta il cinquantaduenne, a Livorno da due mesi, che arriva da un’esperienza quasi decennale all’azienda ospedaliera di Pisa. «I miei capelli sono diventati bianchi al pronto soccorso», ci scherza su.
Tra le novità in arrivo ha parlato di una serie di box dove visitare e ricollocare i pazienti, che invece adesso vengono fatti stazionare nei corridoi.
«Questa idea segue un po’ la filosofia che ha guidato il pronto soccorso di Pisa e adesso quello di Careggi: quella di ricavare una serie di box più o meno grandi, io spero in una ventina, dove visitare i pazienti e poi farli aspettare lì, invece di ricollocarli invece del corridoio, come facciamo adesso. Ora questi spazi sono concepiti secondo una concezione vecchia. L’obiettivo è togliere l’attuale promiscuità che si viene a creare».
Dallo scorso anno il pronto soccorso è fornito di una Tac interna che dà maggiori garanzie e sicurezze ai pazienti.
«Prima i pazienti venivano mandati in radiologia, invece adesso riusciamo subito ad avere una visione precisa del problema qui all’interno, quindi si tratta di una maggiore sicurezza per i pazienti, ma anche per noi medici. In generale la dotazione tecnologia di questo pronto soccorso è molto alta».
Settantamila accessi all’anno sono difficili da gestire in “soli” 22 medici.
«Ci tengo a sottolineare che di questi 70mila, c’è sempre una quota che non si può dimettere, all’incirca un 10%. Si tratta di persone che devono stare in osservazione, per questo sono fondamentali i 12 posti letto della cosiddetta Obi - osservazione breve intensiva - e i 4 letti di sub intensiva della cosiddetta Hdu. Per il resto in un lavoro come il nostro i numeri non bastano mai».
Quando si parla di pronto soccorso, spesso emerge il problema delle attese interminabili. Lei, dall’interno, cosa risponde alle persone che si lamentano?
«Proprio l’altra sera mio padre mi ha chiesto se siamo abbastanza. Io ho risposto “Dipende dal caso”. Noi mediamente abbiamo 7 codici rossi, e quindi urgenze al giorno e ben 156 codici gialli e verdi: se si capita in un momento con una concentrazione di urgenze, ovviamente l’attesa diventa maggiore. Solo un esempio: mediamente dalle 9 del mattino alle 21 che sono le ore di maggiori afflussi, facciamo circa dieci malati all’ora».
Voi siete considerati medici di trincea, un mestiere che lei definisce logorante. Cosa ne pensa?
«Faccio una riflessione di respiro nazionale, vorrei tanto che fossimo medici di trincea sì, ma con protezione. Mediamente i medici come noi a 55 anni sono usurati e questa cosa non va bene: a livello professionale saremmo nel pieno della carriera e della capacità. E’ un peccato».
Ha voglia di dire qualcosa rispetto alla polemica sollevata dai parenti di quella persona deceduta al pronto soccorso, che hanno detto di essere stati avvertiti 12 ore dopo?
«Sicuramente mi dispiace che queste persone siano state avvertite 12 ore dopo e dico che è stata una storia sfortunata per tante ragioni che non posso dire, ma certo affermo con forza che chi era di servizio ha fatto il lavoro come doveva. I problemi di comunicazione che sono avvenuti dopo il decesso della persona in questione sono legati ad una questione anagrafica: capisco lo choc della famiglia, ma da parte nostra non so cosa poteva essere fatto di diverso».
Pensa che serva veramente un nuovo ospedale a Livorno, o basta investire nell’attuale struttura?
«Diciamo che sono da troppo poco a Livorno e non mi posso permettere di esprimere una opinione precisa a riguardo. Posso dire che ho vissuto il rinnovamento dell’ospedale di Cisanello e so che anche gli ospedali nuovi di Prato, Pistoia e Lucca sono partiti inizialmente con grosse difficoltà.
E’ chiaro, comunque, che tutte le strutture hanno bisogno di rinnovamento e di aumento di servizi e di volumi perché il flusso degli accessi è destinato a crescere».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
