Trasporti
Com’è difficile essere genitore
Leggo del padre che ha rapito il figlio. Ma chiunque entrasse nel merito sbaglierebbe, chiunque giudicasse avrebbe torto per principio. L’unica cosa certa è che dietro a un gesto
LIVORNO. Leggo del padre che ha rapito il figlio. Ma chiunque entrasse nel merito sbaglierebbe, chiunque giudicasse avrebbe torto per principio. L’unica cosa certa è che dietro a un gesto così drammatico ci deve essere una disperazione profonda, di cui è giusto tacere, mentre speriamo che la vicenda si concluda nel migliore dei modi per tutti coloro che ne sono protagonisti, a partire, ovviamente, dal bambino. Io non ho figli, del resto: non posso sapere fino in fondo cosa possa voler dire sentirsi estromessi dal ruolo di genitore.
Non posso neanche sapere davvero come si sia sentita la madre in quelle ore. Non ho figli, dicevo, però ho occhi e orecchie. E sono stato spesso spettatore neutrale di vicende analoghe, che magari non finivano sul giornale, ma restavano chiuse fra le mura di casa, nella loro dimensione di piccole tragedie domestiche.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.11909517:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2015/08/09/news/papa-alessandro-dopo-la-fuga-col-figlio-vi-racconto-la-notte-piu-bella-della-nostra-vita-1.11909517]]
Senza riferirmi a questa storia che non conosco dunque, ma riflettendo a margine, non posso non notare che quel passaggio necessario che porta alla consapevolezza che un figlio non è solo un figlio, ma una persona a sé, è così stretto e impervio che molti genitori non riescono a farlo mai davvero. Per una donna deve essere molto difficile, lo immagino: il fatto stesso di aver portato un figlio in grembo, di averlo nutrito con il suo sangue, per così dire, è qualcosa che spesso può tradursi nell’idea che il figlio sia un’appendice di se stessa, e quindi anche un potenziale mezzo di ritorsione contro l’uomo che in qualche modo l’ha delusa.
Spesso non c’è alcuna premeditazione in questo, spesso viene spontaneo. Per un uomo, al contrario, la paura della perdita può tradursi in un delirio di controllo, può aprire la ferita narcisistica di trovarsi escluso e di non vedere riconosciuta nei figli la testimonianza del suo sangue. Può diventare un motivo potentissimo di risentimento che rischia di manifestarsi in ogni grado possibile e immaginabile di prevaricazione e di violenza. Perché in ogni caso, sia chiaro, è tutto così difficile. Oggi più di ieri.
Sono difficili i matrimoni, sono difficili le relazioni, è difficile fare i genitori. È difficile, soprattutto, lasciarsi dignitosamente. Eppure, quando si hanno dei figli, dovrebbe essere l’unica cosa su cui lavorare davvero. Fare un figlio con l’uomo o con la donna sbagliata può capitare, capita ogni giorno di fatto, è normale. Ma qualunque cosa si possa pensare del partner che ci ha deluso, se ci abbiamo fatto un figlio, si dovrebbe tenere bene in mente che si tratta di qualcuno con cui, ci piaccia o meno, si avrà a che fare per tutta la vita.
Così, allo stesso modo, si dovrebbero lasciare liberi i figli di farsi un’idea loro, si dovrebbe fare in modo che possano giudicare da soli, con il tempo, e magari, possibilmente, fare in modo che quel loro giudizio alla fine salvi entrambi i genitori, perché è con entrambi i genitori (fosse anche con la loro assenza) che anche loro dovranno avere a che fare per tutta la vita. Eppure, lo so, questa è solo teoria.
Perché poi la vita vera è più difficile, e, spesso, nella vita vera, non è ciò che è giusto ad avere la meglio, ma solo ciò di cui siamo capaci. E ciò di cui siamo capaci parla sempre dei nostri limiti, delle nostre piccinerie, del nostro essere difettosamente umani.
Io ad esempio ho conosciuto un bambino bizzoso, nervoso, viziato dai nonni, con due genitori che litigavano dalla mattina alla sera, con tanto di piatti volanti in cucina. Ma finalmente questi genitori si fermarono un attimo e si guardarono allo specchio. Decisero di lasciarsi. Ognuno andò per la sua strada. Con il tempo cominciarono anche a capire che dove non aveva funzionato l’amore, una qualche forma di amicizia (ciascuno dalla prospettiva di una nuova vita) poteva salvare loro stessi e far del bene al bambino. E allora, nel giro di un anno, anche il bambino cominciò a cambiare. Prese a dormire serenamente tutta la notte, diventò bravo a scuola. Smise di fare le bizze. Vederlo ridere era un piacere. Possano tutte le storie che finiscono, finire così bene.
@Simone_Lenzi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google