Il Tirreno

Livorno

Ippodromo: i soldi della Labronica non erano soldi pubblici

di Juna Goti
Ippodromo: i soldi della Labronica non erano soldi pubblici

D’Alesio e Ghezzani rompono il silenzio e controbattono al sindaco Nogarin: la società non è come Aamps. Semmai dal Comune ci aspettavamo un grazie

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LIVORNO. «I soldi della Labronica non erano soldi pubblici e gli organi amministrativi potevano decidere come spenderli». E ancora: «La foresteria? Dal Comune dovrebbero chiederci perché non ne abbiamo affittate trenta...». L’ex direttore-patron dell’ippodromo, Attilio D’Alesio, e l’ex presidente del cda della Labronica, Andrea Ghezzani, sono rimasti per giorni praticamente in silenzio di fronte alle durissime contestazioni mosse dal liquidatore della società, Fabrizio Giusti, che attraverso la corazzata dello studio legale Carrozza ha annunciato una maxi richiestadi danni. Ma dopo le dichiarazioni rilasciate ieri al Tirreno dal sindaco Filippo Nogarin, i due ex numeri uno della società hanno deciso di prendere in mano carta e penna. Per dire cosa? Non una parola sulle singole contestazioni: «Della richiesta di danni inviataci dal liquidatore avremo modo di discutere nelle opportune sedi giudiziali e quindi nel merito non rilasciamo alcuna dichiarazione», premettono. «Ma avendo letto le dichiarazioni del sindaco Nogarin».

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«La Labronica non era Aamps». All’indomani del caso sollevato dal Tirreno, con la pubblicazione della lettera inviata da Giusti agli ex membri del cda e agli ex sindaci revisori (in carica dal 2004 al 2010) nonché all’ex direttore, il sindaco ha confermato la volontà del Comune (unico proprietario della Labronica dal 2010) di spingere sull’acceleratore dell’azione di responsabilità. «Ci lavoriamo da sei mesi, ho un grande fascicolo, mi sono fatto dare tutti gli estratti conto», ha dichiarato Nogarin, prima di sottolineare: «Lo avevo detto che avrei aperto tutti i cassetti... da quelli dell’Aamps sono venuti fuori 21 milioni di buco, da questo lo stiamo vedendo. E ne vedremo delle belle».

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«La Labronica corse cavalli – controbattono D’Alesio e Ghezzani – fino al 5 Agosto 2010 non era una società comunale o una ex municipalizzata, ma una società di capitale privata (srl) le cui quote sociali erano possedute in modo paritario dal Comune e dalla Livornese corse cavalli (al 50%). Quindi non si comprende come possa essere assimilata ad Aamps o ad Asa o ai conti della pubblica amministrazione, o agli sprechi della pubblica amministrazione».

Le spese? Decideva la società. «I denari della Labronica – riprendono – non erano denari pubblici o del Comune o dei contribuenti livornesi, quindi tutte le spese erano di libera scelta degli organi amministrativi e i ricavi frutto del lavoro imprenditoriale portato avanti dagli organi sociali». «Il Comune – scrivono – non ha mai messo un solo euro nella società e anzi ha goduto di investimenti sull'impianto di sua proprietà per oltre 13 milioni di euro, oltre alla manutenzione ordinaria e straordinaria, e a un canone di affitto annuo di oltre 130.000 euro».

Se a far discutere è quell’euro... È a questo punto che gli ex vertici lanciano la palla in fallo. Anzi, non proprio in fallo, ma in direzione dell’istituzione Comune, puntando i riflettori sul famoso acquisto di tutte le quote della società. «Il 5 agosto del 2010 – ricordano – la precedente amministrazione comunale ha ritenuto opportuno acquistare a 1 euro la quota sociale posseduta dalla Livornese, dopo aver fatto una due diligence e rifiutando di cedere la propria quota alla Livornese che si era offerta di acquistare la quota comunale. Pur in presenza di una legge che prevedeva la cessione da parte dei Comuni delle partecipazioni in società non strategiche».

Una scelta che a suo tempo la giunta Cosimi motivò con la necessità di «garantire un futuro» ai venti lavoratori che ancora dipendevano dalla Labronica ed «evitare speculazioni su un bene che è della città, l'ippodromo, e che ha bisogno di essere valorizzato».

«Sinceramente – controbattono oggi D’Alesio e Ghezzani a Filippo Nogarin – ora dall’amministrazione comunale ci saremmo aspettati ben altre richieste». Una, scrivono, su tutte: «Perché il Comune ha deciso di acquistare la quota della Livornese ben sapendo che ponendo la Labronica in liquidazione avrebbe acquisito sulle proprie casse una perdita di circa due milioni di euro?».

Cene, viaggi e pubblicità. Ma intanto sul piatto restano le contestazioni del liquidatore e dell’avvocato Paolo Carrozza, che nelle prossime settimane quantificheranno la richiesta di risarcimento. Una causa ti tipo civile, o meglio un’azione di responsabilità, che secondo la società poggia sull’ipotesi di mala gestio e di indebito oggettivo degli ex amministratori. Di una società che nel 2010 è passata al Comune e che poco dopo è stata messa in liquidazione con un maxi debito e con un lungo strascico per sistemare una ventina di dipendenti. Le contestazioni mosse agli ex sono durissime: si va da quel mezzo milione che sarebbe stato speso in sei anni per prati, fiori e manutenzione quando la società aveva già alle sue dipendenze dieci operai, all’appartamento (una foresteria a uso abitativo) affittato per un anno a 800 euro al mese a Porta a Terra che gli attuali vertici dicono di non sapere a cosa o a chi servisse.

«Avreste dovuto contestarci il contrario...». Ma senza entrare nel merito delle singole contestazioni, l’ex direttore e l’ex presidente si rivolgono direttamente all’amministrazione Nogarin. E qualcosa dicono. «Ci saremmo semmai aspettati – sottolineano – varie e diverse critiche al nostro operato, ad esempio...». Qui i toni si alternano: dal serio all’ironico, fino anche allo spavaldo: «Perché la Labronica ha avuto un taglio nel 2005 dall'Unire di oltre 600.000 euro rispetto a quanto ricevuto nel 2004? Perché altre società di corse, tipo Alfea e tante altre, nel 2005 hanno visto lievitare i loro ricavi? Forse non abbiamo ben lavorato? Forse dovevamo spendere molto di più di quello che abbiamo speso in trasferte romane per andare a difendere meglio i nostri interessi, o in spese di rappresentanza, o in spese legali per difendere meglio la nostra azienda, visto che il nostro cliente principale era proprio l'Unire con sede a Roma. Forse dovevamo spendere molto di più di quello che abbiamo speso in promozione, pubblicità, attività culturali e associative per portare tanti spettatori all'ippodromo!». «E infine – scrivono – dall’amministrazione comunale avrebbero dovuto dirci: “avete preso solo una foresteria? Avreste dovuto prenderne almeno 30, così avreste potuto ospitare meglio tanti operatori, magari provenienti anche dalla Francia e dall'Inghilterra, e riuscire a organizzare tante belle corse di qualità, con tanti cavalli. E magari avreste raddoppiato i ricavi e l’Unire vi avrebbe premiato senza tagliare”...».

La frecciata. A questo punto arriva anche una frecciata neppure troppo velata agli attuali gestori del Caprilli: «Alla scuderia Dioscuri Srl e agli allenatori Botti il Comune nel 2014 ha messo a disposizione non una foresteria ma addirittura tutto l'ippodromo, foresterie e box compresi».

«Ci aspettavamo un ringraziamento». «Noi a queste domande e a queste critiche – concludono Ghezzani e D’Alesio rivolgendosi direttamente a Nogarin – avremmo avuto qualche difficoltà a rispondere ma ci avremmo provato volentieri, e per questo ci aspettavamo un incontro per informarla ed evitare così pessime figure, perdite di tempo, denunce e querele. Dobbiamo pensare al futuro del Caprilli, costruito nel 1894 e da noi gestito dal 1974 al 2010 con grandi risultati. E per tutto quello che abbiamo fatto ci aspettavamo almeno un piccolo ringraziamento».

 

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