Il Tirreno

Livorno

Doni d’amore alla falsa psicologa, sarà risarcita per 30.000 euro

di Federico Lazzotti
Doni d’amore alla falsa psicologa, sarà risarcita per 30.000 euro

Livorno, in appello i giudici l’hanno condannata solo ai fini civilistici per circonvezione d’incapace. Ha avuto migliaia di euro di regali dalla paziente prediletta

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LIVORNO. Tra la falsa psicologa e la paziente prediletta si era creato un rapporto così stretto, «di cui l’innamoramento era solo una delle possibili forme di manifestazione», che la prima, nell’arco di alcuni anni, avrebbe ottenuto doni e regali per oltre 40.000 euro.

«L’imputata - scrivono i giudici nella sentenza d’appello - si era sostituita alla figura materna, contrapponendosi alla stessa e impersonando il ruolo di madre buona». E quei regali, l’80% dei quali già restituiti, erano finalizzati da un lato, a ottenere l’attenzione e l’approvazione della terapeuta quando questa si mostrava «distratta o lontana», mentre dall’altro venivano pianificati per stringere ancora di più il filo di dipendenza e soggezione con la paziente.

Ora a distanza di quattro anni dalla sentenza di primo grado che aveva assolto Rosa De Fonte, 72 anni nata a Bari ma residente in via di San Jacopo, dall’accusa di circonvenzione di incapace, i giudici fiorentini hanno ribaltato quella decisione e condannato - solo ai fini civilistici poiché il reato è prescritto - l’imputata a risarcire le parti civili con una provvisionale complessiva di 54.000 euro, 30 dei quali andranno proprio alla commerciante d’arte che l’aveva denunciata.

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Ma la storia che emerge dalla sentenza depositata nei giorni scorsi, è quella di una bugia lunga almeno nove anni, tra il 1998 e il 2007, nella quale sono caduti decine di pazienti con diversi disturbi caratteriali, di personalità o psicologici. È attraverso le loro testimonianze che la settantaduenne è stata condannata anche in primo grado a due mesi (pena sospesa) per esercizio abusivo della professione perché lavorava come «psicoterapeuta con metodo psicanalitico, per la quale è richiesta un’abilitazione dello Stato, senza essere in possesso della laurea in psicologia, senza essere iscritta all’ordine degli psicologi nonché senza aver frequentato una scuola di specializzazione».

Sogni e ipnosi. Ma nonostante questo - come racconta L. nella sua deposizione - «si presentava come psicoanalista rogersiana». Come funzionavano le sedute? «Uno parlava, diceva i problemi che c’erano, poi lei chiedeva i sogni, diciamo che di solito c’era questo tipo di colloqui. Cioè se mi ricordavo dei sogni portavo questi sogni in terapia. Poi nel corso degli anni, chiaramente in dieci anni la cosa si è evoluta. Una volta mi ha fatto fare anche l’ipnosi, mi aveva fatto fare questo tipo di terapia e usava i fiori di Bach come prodotto per lo stato d’animo».

Tutte le deposizioni e le informazioni acquisite nel processo - scrivono i giudici per avvalorare la tesi dell’esercizio abusivo della professione - «si rivolgevano come pazienti a una professionista, erano disposti a pagare anche 100mila lire a seduta, concordavano, a volte per anni, un calendario di incontri, affrontavano colloqui con il metodo della psicanalisi e nessuno di loro era disposto ad accettare la sua condizione di disagio psichico». Un capitolo a parte della sentenza i giudici lo dedicano al rapporto tra la l’imputata e la sua più grande accusatrice. Siamo nel 1998 quando S. si rivolge, su consiglio di una insegnante di ginnastica, alla dottoressa De Fonte.

Rapporto pericoloso. «Mi disse - racconta la paziente - che il percorso da affrontare sarebbe stato difficoltoso, e mi sarei trovata ad avere momenti di sofferenza ma che lei ci sarebbe stata sempre, di questo non mi dovevo preoccupare».

Quello che accade nei mesi e poi negli anni successivi è un rapporto che da professionale si trasforma in amicizia. «La De Fonte - si legge nella sentenza - ben presto ha iniziato a mostrare vivo interesse per le problematiche della paziente». È così che il rapporto diventa più stretto ed esce dallo studio. Poi cominciano le cene, le confidenze e i regali, a cui spesso seguono momenti, più o meno brevi, di tensione.

La situazione degenera nella primavera estate del 2003. Così lo ha raccontato l’imputata: «S. mi accompagnò, non mi ricordo se dopo una cena, penso di sì, mi accompagnò davanti a casa mia in via San Jacopo, e parlammo, non ricordo di cosa. Mi ricordo quello che è successo perché per me è stata una svolta. S, mentre io scendevo, mi abbracciò e cominciò a baciarmi in maniera inequivocabile. Io la fermai e le dissi: “No questo non lo posso accettare”. Avevo già parlato che certi bigliettini, certe cose non andavano fatte, lei mi sembrò capire. Disse: “Sì, va bene”. Ma poi disse anche: “Scusami, non succederà più ma questo trasporto nei tuoi confronti turba anche me”. Io dissi: “Guarda no...”».

Non solo - concludono i giudici analizzando il comportamento dell’imputata - «la terapeuta non ha liberato la paziente, ma pur consapevole del suo potere, ha continuato a vessarla ottenendo doni e regali per migliaia di euro, cioè sino alla restituzione, quando nel 2004 - nel sospetto fondato che la dipendenza stesse venendo meno - ha ritenuto di rispettare il voto della sua assistita o di assecondarne la gelosia (secondo le due versioni dell’accaduto), cercando in realtà di restituire il maltolto in previsione delle conseguenze giudiziarie cui, oggettivamente, rischiava di andare incontro».

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