Gioco
«Dario era un gigante buono Il suo team sfidava gli abissi»
Parlano i familiari di Chelucci, morto a 47 anni all’inizio di giugno in via Tommasi «Avevano fiducia in lui i suoi sommozzatori, l’azienda gli dava responsabilità»
LIVORNO. «Quel che Dario è stato nessuno lo può rinchiudere nelle ultime due-tre ore della sua vita: no, non ci stiamo». Lo dicono per l’amore che li lega al loro familiare ma tornando a parlarne cercano di evitare le solite cose che può dire una famiglia. E allora ecco che niente racconta meglio chi era Dario di quanto possa fare la sua avventura professionale nei mari del mondo: prima come sommozzatore altofondalista, poi come supervisore d’immersione, infine come capocantiere.
Lui è Dario Chelucci, morto il 7 giugno all’interno del suv parcheggiato in via Tommasi: i carabinieri annunciano di aver arrestato lo spacciatore che gli ha fornito la dose mortale e hanno denunciato l’amico che quella notte, mentre lui era agonizzante, gli ha sottratto il bancomat per poter fare un prelievo da 150 euro.
«Abbiamo un’altra idea di cosa sia davvero un amico e Dario ne aveva tanti in tutto il mondo: soprattutto fra quanti hanno condiviso con lui i rischi di un mestiere così affascinante ma anche così difficile e pericoloso». Parola della moglie di Dario, Elena Rolla, della figlia Cecilia, del fratello Giovanni e della cognata Fiorella Micheli. «C’è gente – raccontano i parenti – che è arrivata dall’altra parte del mondo per dare a Dario l’ultimo abbraccio al funeralie, la sua bacheca Facebook è tempestata di messaggi dei ragazzi che aveva “allevato” professionalmente nei cantieri sottomarini ai quattro angoli del pianeta. Non stiamo parlando del cosiddetto “amico” che lo ha lasciatro senza vita chiuso nella sua auto dopo averlo derubato; al suo funerale non c’era, gli amici veri sì».
Ecco la fotografia per capire chi era Dario – sottolineano – ha a che vedere con il suo mestiere. «Aveva ottenuto il brevetto di sommozzatore di alto fondale lavorando soprattutto all’estero. Ha fatto la prima piattaforma in cemento, è stata la sua squadra la prima a progettarla. Aveva fatto una lunga gavetta immergendosi fino a 200 metri di profondità, poi aveva superato gli esami ed era risalito in superficie a fare il supervisore». E non è tutto: il martedì successivo alla morte avrebbe dovuto prendere l’aereo perché l’aveva chiamato un’azienda dagli Emirati Arabi: sarebbe partito come capocantiere, il massimo della carriera».
Ma i familiari battono soprattutto un tasto: «Di fatto aveva nelle mani la vita di chi si immergeva. Ce l’hanno detto i suoi ragazzi: si sentivano tranquilli quando c’era lui». Nella lettera aperta scritta dai familiari si parla di «girini che ora piangono il loro ranocchio».
«Sapevano di potersi fidare perché Dario faceva il suo lavoro con grande scrupolo», raccontano i parenti. «È capitato che lui, per difendere la vita dei suoi ragazzi, abbia bloccato le immersioni mettendosi contro gli interessi dell’azienda, aveva insistito che non c’erano le condizioni per scendere nell’abisso e a quel punto l’avevano messo alla porta. Salvo poi esser costretti a dargli ragione e a rimangiarsi il provvedimento punitivo. Aveva fiducia in lui l’azienda che gli affidava grandi responsabilità e avevano fiducia in lui i ragazzi che s’immergevano: vorrà pur dire qualcosa se una persona viene ritenuta meritevole di tutta questa stima, no?».
Dario era un gigante: a 16 anni era stato campione italiano di lotta libera juniores. Era alto 1,90 per 110 chili. «Il gigante buono, così lo chiamava la mamma, ha lasciato un segno indelebile nei nostri cuori» .
«Tutto noi della famiglia – spiegano Elena Rolla, Cecila e Giovanni Chelucci, Fiorella Micheli in una lettera aperta – lo piangeremo per sempre: speriamo che gli abissi dove lui adesso riposa siano la culla della sua pace, lì lo reincontreremo per l’eternità. Questo era Dario: un uomo buono, un padre affettuoso, un marito da soli sei mesi».
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