Gioco
Calafuria, il gigante scolpito nella scogliera non ce la fa più
La scultura realizzata più di dieci anni fa da Gino Molisano nella roccia è la metafore dell'agonia di una magnifica costa: Atlante lasciato solo a reggere sulle spalle il peso del Romito
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Molti fra i bagnanti livornesi di scoglio avranno ammirato, alla discesa 4 di Calafuria, la bella scultura di Atlante, cavata dalla roccia di arenaria dall’artista Gino Molisano, e regalata a Livorno così, gratis et amore, più di dieci anni fa. Una metafora significativa, in questi giorni in cui pare che Calafuria, con gran parte del litorale roccioso del Romito, si stia sbriciolando per cadere rovinosamente a mare.
Atlante, per chi non lo sapesse, fu condannato, secondo il mito, a portare sulle spalle l’intera volta celeste: la sua colpa terribile era stata quella di essersi alleato con Crono, padre di Zeus, per far fuori lo stesso Zeus, che di Atlante fu, secondo alcuni, il padre. Una rivolta contro il padre quindi, in alleanza con un nonno piuttosto impegnativo, quel ‘Crono’ che, appunto, sta lì a rappresentare a sua volta il Padre Originario che uccide da sempre tutti i suoi figli: lo stramaledettissimo tempo.
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Questo tempo affamato che si mangia tutto, compreso lo stesso Atlante scolpito a Calafuria, il quale infatti ha ormai perso una gamba e ha il volto completamente corroso dalla salsedine. Del resto anche la toponomastica di questi luoghi complotta per una lenta e inesorabile fine. Si pensi ad esempio al termine “Sassoscritto”, che si riferisce appunto alle rocce che qui sono rose e bucherellate dal lavorìo incessante del mare, del sale e del vento.
Senza allora metterci a recriminare sulle responsabilità di chi dovrebbe aver cura del patrimonio paesaggistico del litorale (anche perché immagino perfettamente la mancanza di soldi, o di progetti, o di competenze e, alla fine, anche di tempo e di volontà e magari persino il fatto che non si sappia esattamente chi possa o debba far cosa), non si può non leggere nelle notizie che descrivono l’agonia di Calafuria e del resto del litorale dati simbolici del più generale disfacimento di tutto quel che riguarda questa nostra trasandata città. Così dunque, come il povero Atlante sta inesorabilmente perdendo pezzi, di anno in anno, le transenne di Calafuria stanno adesso a ricordarci che, masso dopo masso, anche il nostro immaginario di scoglio si va sbriciolando, senza che, apparentemente, nessuno possa farci qualcosa.
Il nostro giornale riporta la notizia che, comunque, le transenne sono già state aggirate dai bagnanti sprezzanti del pericolo, o più semplicemente, così attaccati allo scoglio da decidere di immolarsi al mare con lo scoglio stesso, pur di non mollarlo. Oppure, infine, come sembra più probabile, è lecito pensare che i bagnanti che travalicano incuranti, abbiano semplicemente rimosso il dato di realtà che sta davanti ai loro occhi.
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Del resto mi pare questo un atteggiamento tipico di tanti di noi: far finta di non vedere, o non ammettere quel che pure vediamo perfettamente. Sia come sia, lo stramaledettissimo tempo ha finito per renderci chiara la verità ultima di quel dono dell’artista Gino Molisano: il suo Atlante in questi anni ha sorretto da solo sulle sue povere spalle di arenaria il peso di tutto il Romito. Lo ha fatto così, per farci un regalo.
Adesso che neanche lui ce la fa più, forse bisognerebbe dargli una mano, prendere il suo posto per un po’, proprio come, sempre secondo il mito, fece Eracle. Oppure, e forse va bene anche così, abbandonarsi in pace alla fatalità del tempo che crolla. E mettersi il casco, oppure andare al mare al Calambrone.
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