Il Tirreno

Livorno

Canessa, il poliziotto che salvò gli ebrei dalle Ss

Mauro Zucchelli
Mario Canessa (il secondo da sinistra) festeggia con gli amici la nomina fra i “giusti”: al centro, i coniugi Mac Avoy che lo hanno accompagnato al Quirinale a ricevere la medaglia d’oro al valor civile
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Mario Canessa (il secondo da sinistra) festeggia con gli amici la nomina fra i “giusti”: al centro, i coniugi Mac Avoy che lo hanno accompagnato al Quirinale a ricevere la medaglia d’oro al valor civile

Un agente-partigiano fra gli eroi dello Yad Vashem come Schindler e Perlasca

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Pubblicato sul Tirreno del 31 gennaio 2008

LIVORNO. Sulla Muraglia Cinese o nelle spedizioni di scienziati al Polo Sud. Dentro la cucina di Sua Soavità il re di Tonga così come all’interno dell’astronave in orbita a 29mila chilometri orari oppure fra le “patenti da corsaro” per andare da pirata cristiano all’arrembaggio dei vascelli mamelucchi. Non c’è angolo di niente — né nello spazio né nel tempo — in cui i livornesi non abbiano messo lo zampino. Anzi, tutti e due i piedi. Ma mai finora uno di noi — eccettuato Lida Frisini Basso, livornese di adozione nata però a Pescia (e in virtù di una vicenda avvenuta nella zona di Lucca) — era entrato nell’elenco dei “Giusti fra le nazioni”: è il titolo onorifico che gli eredi delle vittime dell’Olocausto danno a chi, al di fuori della comunità israelitica, non ha badato a mettere in gioco la propria vita pur di salvare ebrei dalle mani dei carnefici nazisti. Oskar Schindler o Giorgio Perlasca, insomma. Ma anche tanti eroi della porta accanto. Come Mario Canessa, ex partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà, poi una vita nella polizia.

È lui l’«ultimo a esser riconosciuto dallo Yad Vashem», il museo-istituzione di Gerusalemme che tramanda la memoria della Shoah. Il «livornese Mario Canessa» è stato inserito fra i “giusti” «solo sei giorni fa», è stato annunciato al Quirinale nel “Giorno della memoria”. Il presidente Giorgio Napolitano ha consegnato a Canessa la medaglia d’oro al valor civile: proprio mentre Gerusalemme ha reso noto che il nome di Canessa verrà presto scolpito sul “muro” del Memoriale, in mezzo a quello dei “giusti” di tutto il mondo.

Rischiare la pelle. «Chi me l’ha fatto fare? Già, chi?». Chissà se è la prima volta che Mario Canessa “gira” a sé stesso la domanda-chiave che il cronista insiste a mettergli sotto il naso. E chissà se una risposta c’è davvero: cosa sarà che a 24 anni ti fa rischiare la pelle per un ragazzino che non è né tuo figlio né tuo parente e neppure l’hai mai visto prima... «Un bimbo di nove anni, faceva De Benedetti di cognome: il suo nome — racconta — era Ciro ma tutti lo chiamavano Lino. Milanese, famiglia ebrea: i genitori li avevano arrestati, lui l’aveva fatto fuggire un collega poliziotto che, insieme a un avvocato ebreo del Cln valtellinese, me lo consegnò dicendomi: portalo in Svizzera. Era metà dicembre ’43, un freddo cane e neve dappertutto: chilometri di notte fra i sentieri in mezzo a boschi e ghiacciai sotto l’Alpe di Sasso del Gallo, io e un bambino con i piedi intirizziti. Che eravamo in Svizzera lo capii quando vidi la prima casa illuminata: gli svizzeri ci tenevano a tenere le luci accese come salvacondotto agli occhi dei bombardieri alleati. Tutta al buio invece la Valtellina per non far da bersaglio agli aerei, le bombe dall’alto cercavano le centrali idroelettriche che davano corrente a tutta Milano». Canessa conosceva i colleghi della gendarmeria elvetica: a loro affidò Lino. «Mi timbrarono con il datario un foglietto firmato dal ragazzo. Lo feci avere in carcere ai genitori, poi morti a Auschwitz: vostro figlio è in mani sicure». La stessa notte la nonna Corinna, 80 anni, zoppa, venne rannicchiata in una gerla portata sulle spalle oltre confine passando fra la neve.

Altro che Carramba... A distanza di 65 anni, Lino e quel poliziotto-eroe si sono ritrovati. L’ex bimbo milanese ora ha 74 anni ed è venuto giorni fa a Livorno per abbracciare l’uomo che l’aveva salvato. La più commossa? La moglie di Lino. «Mi ha detto: non fosse stato per lei, non avrei mai potuto conoscere mio marito», riferisce l’ex poliziotto-partigiano. L’altro episodio al vaglio dello Yad Vashem riguarda due ebree ungheresi, Flora Sistz Gallia e la figlia Noemi, buona borghesia con casa a Milano: è l’autunno ’43, fascisti e nazisti dànno loro la caccia. «La Valtellina in quei mesi era un crocevia di centinaia di spie, sapevamo che gli agenti segreti erano dappertutto. Vivevo da un'affittacamere sulla piazza principale di un paesino da 4mila anime in cui tutti si conoscevano: le nascosi per 24 giorni, convinsi la padrona di casa a farle dormire nel suo lettone mentre lei si spostò sul divano. Non avevano neanche la tessera annonaria: dovevo trovare da mangiare anche per loro e senza dare nell’occhio. Contavo sull’amicizia di padre Ildefonso, un servita come Turoldo: anche loro presero la via dei monti per fuggire in Svizzera».

Fuga per 500. «Sì, si rischiava la pelle», racconta Canessa come a cercare le parole: con l’incertezza di chi «guarda il mondo e il mondo non somiglia a te». Si faceva e basta. Mica solo per gli ebrei: lo Yad Vashem non c’entra nulla ma Canessa sì. Con il suo gruppo è riuscito a mettere in salvo oltre frontiera un esercito di prigionieri di guerra che, dopo l’8 settembre, erano scappati dai campi in cui erano rinchiusi. Li avevano catturati in Libia, in Albania o su chissà quale altro fronte: una galassia umana di sudafricani, croati, serbi, inglesi. Ben 134 figurano con nome e cognome nell’elenco ufficiale del ministero, «però in realtà — corregge Canessa — erano probabilmente almeno mezzo migliaio, non stavamo certo a chiedere la carta d’identità prima di farli sparire sui sentieri alpini».

I piatti della bilancia. Ripeto: quale molla morale, ideologica, umana vi spingeva a mettere in gioco la pelle. Di più: c’era da scegliere fra il rischio di sé (del carcere, della vita, delle torture) e la ricompensa «se avessi consegnato ai tedeschi e ai fascisti anche uno solo dei fuggiaschi che mi erano stati affidati ». Cosa? «Cibi di prima qualità, un bel pacco di soldi e il rientro di mio fratello deportato in Germania». Mica uno scherzo: «Ai miei a Volterra non avevo raccontato nulla. Quando per me si mise male al confine con la Svizzera e fui costretto a sparire, passai da casa a Volterra. La mamma mi chiese cosa avevo combinato visto che i fascisti mi venivano a cercare e li tenevano sotto pressione. Niente, gli dissi: ma magari ci rivediamo fra un po’ e sparii di nuovo». Tiriamo la riga e rieccola lì, la domanda: ma chi gliel’ha fatto fare se, oltre alla sua vita, metteva a rischio anche quella dei familiari? Giustizia e libertà forse non è solo il nome della sua brigata di combattente partigiano. E comunque Canessa, la risposta se la tiene in fondo al cuore. Così come avrebbe fatto con quest’amarcord chiuso a doppia mandata: per una vita intera.

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di Redazione web