Il Tirreno

Livorno

LA PROTESTA

"Fateci lavorare", a Livorno i profughi dal prefetto

di Lara Loreti
"Fateci lavorare", a Livorno i profughi dal prefetto

Sit in davanti alla prefettura di una quarantina di richiedenti asilo. A Salvini che scrive “tutti a casa”, loro rispondono: vogliamo renderci utili

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«Che ne sarà di noi?». A sentire pronunciare questa domanda sembra di guardare un film con dei ragazzi che si interrogano sul loro domani. Ma questa è la realtà, drammatica, con guerre genocidi e carestie alle spalle e tante incertezze all'orizzonte.

Il dolore, la rabbia, l’impotenza, gli interrogativi insoluti si leggono nei volti di Mohamed, Abdoulie e Fabrice, tre giovani profughi ospiti a Livorno nel centro di prima accoglienza ex Sant’Anna, gestito dalla cooperativa romana Inopera. «Vogliamo lavorare, vogliamo metterci al servizio della comunità», è il loro grido di aiuto. Sono giovani e i loro occhi sono pieni di speranza, come quelli delle centinaia di immigrati, richiedenti asilo politico, che negli ultimi mesi sono arrivati in provincia: in tutto, 552, di cui 313 solo nel comune di Livorno.

I tre giovani profughi hanno 29, 19 e 23 anni, vengono da Bangladesh, Gambia e Congo e sono ospiti nella struttura gestita da Inopera insieme ad altre 117 persone, a nessuna delle quali per ora è stato riconosciuta la condizione di rifugiato. Ieri mattina, quando la colonnina di mercurio segnava 36 gradi, insieme ad altri extracomunitari - in tutto una quarantina - i tre immigrati hanno animato una protesta pacifica davanti alla prefettura di Livorno. Li ha accolti in primis il vicequestore Giovanni Di Teodoro e poi la stessa prefetta Tiziana Costantino, che li ha ricevuti a mezzogiorno e ha ascoltato le loro proteste. Lavoro e un’assistenza migliore su cibo, vestiario e farmaci: queste le loro richieste.

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«Siamo qui da mesi senza fare nulla e il permesso di soggiorno come rifugiati politici non è ancora arrivato: ogni volta che chiediamo spiegazioni in commissione la risposta è sempre la stessa: negativo. Quanto dobbiamo aspettare ancora?». Una domanda a cui nessuno ha saputo dare una risposta precisa: la commissione che riconosce lo status di rifugiato, che ha sede a Firenze e fa capo al dipartimento Libertà civili e l’immigrazione dell’Interno, deve ancora pronunciarsi in merito perché, come spiegano dalla prefettura, deve convocare gli immigrati uno per uno e analizzare le singole posizioni per capire se ci sono le condizioni per dare la protezione internazionale.

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«Non capisco quale sia il problema - dice Abdoulie Touray, 19enne del Gambia, arrivato dalla Libia - sembra quasi che non vogliano farci lavorare. Io sono qui dal 25 agosto 2014, sono metalmeccanico e vorrei rendermi utile». Ma intanto un piccolo passo è stato fatto e un primo risultato potrebbe arrivare già tra un paio di settimane. Lo spiega la prefetta Costantino: «Stiamo stipulando degli accordi con i sindaci dei vari comuni della provincia per ingaggiare questi ragazzi in lavori socialmente utili come pulizia spiagge e così via.

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Abbiamo già un calendario pronto e tutto dovrebbe partire tra una quindicina di giorni». Una possibilità concreta in un panorama di confusione e incertezze. Gli immigrati ospiti di Inopera lamentano anche di non avere l’assistenza dovuta. «Il cibo è sempre lo stesso. Non ci danno cambi di vestiario, noi a volte andiamo a prenderli ai cassonetti», dice Simon Mohamed, 29 anni del Bangladesh.

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A queste lamentele la prefettura risponde dicendo che parlerà con il gestore del centro di accoglienza - che ieri ha preferito non rispondere alle domande della stampa - per capire la situazione. Intanto la questura ha fornito loro un numero di emergenza. «Ok, ma non prendeteci in giro...», dice un profugo di 18 anni.

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